Lu stozzu de carta

Ottobre 2, 2009

“Tomorrow, tomorrow” – Culture ad alto e basso contesto

Archiviato in: Aperte Lettere, Arte e soprattutto non, MEDITERRANEO, Perspectives, Uncategorized — karnarakna @ 2:49 pm

Un messaggio o una comunicazione si dice ad alto contesto (High Context) quando la maggior parte dell’informazione risiede nel contesto fisico o è implicita nella persona, mentre assai poco risiede nella parte esplicita, codificata e trasmessa del messaggio.[1] Al contrario chiamiamo comunicazione a basso contesto (Low Context) la trasmissione della maggior parte dell’informazione attraverso il codice esplicito della lingua.

In generale le transazioni di alto contesto coinvolgono più i sentimenti e l’intimità, mentre quelle a basso contesto sono meno personali e più formali, orientate sull’emisfero sinistro del cervello. Per fare qualche esempio definiamo ad alto contesto la comunicazione familiare o tra amici mentre possiamo definire a basso contesto il confronto formale tra due legali, due politici o due amministratori che scrivono un regolamento. Se teniamo conto di questa suddivisione, possiamo riconoscere che i nordeuropei operino ad un livello di contestualità più basso rispetto a quanto fanno i giapponesi o i Tewa del New Mexico.[2] Possiamo anche individuare le mutazioni che avvengono nel  corso della comunicazione stessa e riconoscere che un passaggio da alto a basso contesto possa significare un raffreddamento di una relazione o che il passaggio inverso segnali maggior calore e confidenza nella comunicazione: pensiamo per esempio all’utilizzo della 2ª persona singolare “tu” al posto della 3ª persona “lei”.

Particolarmente significativa risulta la differenza nella logica del discorso e nello stile argomentativo che nelle culture a basso contesto è lineare e diretto, mentre in quelle ad alto contesto è circolare e ambiguo: girare intorno al punto è un modo per metterlo in evidenza con rispetto (per esempio i buddisti o i taoisti ritengono che le cose più importanti non possano essere dette e che il linguaggio verbale serve a comunicare aspetti secondari dell’esistenza).[3]

Ho verificato una volta in un gruppo di studenti americani e di altre nazionalità un esempio di stile diverso. Chiesi  quali erano le forme tradizionali di  corteggiamento e gli americani risposero tutti con delle frasi abbastanza concise che avevano delle connessioni esplicite con la domanda. Quando però intervenne uno studente nigeriano, cominciò a descrivere il sentiero che attraversava il suo villaggio, l’albero alla fine del sentiero, il cantastorie che raccontava seduto sotto quell’albero e l’inizio di un racconto che una volta il cantastorie narrò. Quando, in risposta all’ovvio disagio degli americani nel gruppo, chiesi al nigeriano che cosa stesse facendo egli disse, “Sto rispondendo alla domanda”. Gli studenti americani protestarono e così  chiesi, “In che modo stai rispondendo alla domanda?” ed egli replicò, “Le sto dicendo tutto quello che ha bisogno di sapere per capire il punto”. “Bene”, disse uno degli americani, “Allora, se saremo pazienti, alla fine ci dirai quale è il punto”. “Oh no”, rispose il nigeriano. “Una volta che vi dico tutto quello che avete bisogno di sapere per capire il punto, saprete esattamente qual è il punto!”.[4]

Lo stile descritto da questo studente è uno stile di discussione circolare, o contestuale. Viene preferito non solo da molti africani, ma anche solitamente da gente di cultura latina, araba e asiatica.

Gli europei-americani, soprattutto maschi, tendono a usare uno stile lineare seguendo una scaletta di punti a,b,c…, stabilendo una connessione e una conclusione esplicita. Quando qualcuno devia da questa scaletta, è possibile che l’interlocutore dica: “Non riesco a seguirti” oppure “Possiamo arrivare al punto?” o “Qual è la questione di fondo?”. Questa modalità di argomentare la discussione è culturalmente specifica e, in relazione a un approccio contestuale, può risultare semplice e grossolana per la mancanza di dettagli necessaria a identificare il contesto, e arrogante perché chi parla decide cosa bisogna ascoltare e quali le conclusioni da trarre. Viceversa in una cultura a basso contesto, non venire mai al punto può risultare vago, evasivo, illogico o irritante.

Gli interculturalisti talvolta approcciano questo genere di valutazione negativa reciproca con il concetto di punti di forza e di punti di debolezza. In questo caso la forza di uno stile lineare può risiedere nel completamento efficiente di un compito a breve termine, mentre il suo limite sta nello sviluppare una relazione inclusiva. Per contro, la forza di uno stile contestuale sta nel facilitare la costituzione di gruppi e la creatività consensuale mentre il suo limite è la lentezza. Lo scopo dello studio e dell’esercizio in questo campo, oltre allo sviluppo della consapevolezza e del rispetto per stili alternativi, può essere quello di sviluppare una competenza bistilistica.[5]

Come vediamo nello schema, le differenze lungo la variabile della contestualità racchiudono trasversalmente anche altre dimensioni già affrontate: individualismo/collettivismo, cronemica, espressività. Questo ci induce a pensare che la contestualità sia una delle variabili più importanti nello studio dei problemi di fraintendimento interculturale o di analisi cross-culturale.

CONTESTUALITÀ

Basso Contesto

Alto Contesto

Esplicitazione dei significati attraverso le forme comunicative

Tendenza a costruire messaggi strutturati, a fornire dettagli, a usare termini tecnici

Tendenza a usare argomentazioni logiche                         ..

Enfasi su una logica di tipo lineare, che mira direttamente al nocciolo del problema

Valorizzazione del comportamento verbale-informativo; scarsa capacità di leggere il comportamento non verbale

Valorizzazione dell’individualismo

Tendenza a relazioni transitorie e strumentali

Significati impliciti, ricavabili dal contesto socioculturale

Tendenza a produrre messaggi semplici, densi e ambigui

Tendenza a usare sentimenti ed emozioni per comunicare

Enfasi su una logica “a spirale”, che gira intorno al punto

Valorizzazione della comunicazione non verbale e maggiore sensibilità a gestualità a mimica facciale .

Valorizzazione del senso del gruppo

Disponibilità a dedicare tempo per costruire e mantenere relazioni sociali durature

Fonte: Adattato da C. Giaccardi, La comunicazione interculturale, cit., p.127.


[1] E.T. Hall, Beyond Culture, Garden City, New York 1976.

[2] E.T. Hall, Il problema delle differenze nascoste, cit.

[3] “Chu Lao Tao Chu Men Tao” (Il Tao che può essere nominato non è il vero Tao), Tao Te Ching, Lao Tzu.

[4] M.J. Bennet, Comunicazione interculturale: una prospettiva corrente, in Principi di comunicazione interculturale, cit., p. 44.

[5] Ivi., p. 45.

Ibn Kalb -2008

Tutti sul Cornicione

Tricase, operai occupano il Municipio

AdelchiIlFatto

da il Fatto Quotidiano, 2009.09.30

da BrunoVespaShow, 2009.10.01

Angelo BiondiCrini

Maggio 9, 2009

Cavalla Cavalla#2 – Good Night, and Good Luck

Archiviato in: Aperte Lettere, La storia siamo noi, Perspectives, World Wide Web, essi vivono — karnarakna @ 12:46 pm

Good Night, and Good Luck

Girato interamente in bianco e nero, il film racconta la storia vera del giornalista statunitense Edward R. Murrow, anchorman della CBS, figura storica della lotta al maccartismo.Il titolo Good Night, and Good Luck. (ovvero “Buonanotte e buona fortuna”) è la frase che il giornalista usava per salutare gli spettatori al termine del suo programma, See It Now.

Edward R. Murrow, celebre giornalista ed anchorman della CBS (Columbia Broadcasting System), viene a conoscenza di una lista di proscrizione redatta dal senatore del Wisconsin Joseph McCarthy nella quale vengono inseriti i nominativi di tutti coloro che sono sospettati di avere simpatie filo-comuniste. Tali sospetti, spesso inseriti per motivi arbitrari, inventando collegamenti con la “minaccia comunista” o enfatizzando dettagli trascurabili, vengono poi sottoposti a processi sommari dalla furia del senatore stesso, che con l’intento di “salvare” il paese ne mette in realtà a repentaglio la libertà. Murrow, indignato da tale comportamento, che calpesta ogni diritto civile, decide di divulgare la notizia e di dedicare parecchie puntate del suo show serale del martedì, See It Now, alla controversa figura del politico ed alle ingiustizie perpetrate ai danni di onesti cittadini statunitensi. Nonostante le intimidazioni e le minacce di morte subite, Edward, a sua volta accusato da McCarthy di avere contatti con l’Unione Sovietica, grazie anche all’apporto dello staff, diretto dall’amico e produttore Fred Friendly riuscirà a portare avanti la sua campagna di denuncia, e contribuirà a liberare l’America dal fanatismo del maccartismo e la sua moderna “caccia alle streghe”.

by Wikipedia

Il Prezzo della Libertà

da Rainew24

Senza libertà di espressione non esiste democrazia. Da questo punto di vista le cose sul pianeta non vanno per nulla bene. Nel suo rapporto annuale sulla libertà di informazione Freedomhouse parla di un arretramento generalizzato che coinvolge anche l’Italia. Il viaggio di scenari parte da Roberto Saviano e i giornalisti/scrittori minacciati in Italia dalla criminalità organizzata e dalla mancanza di pluralismo e arriva in paesi dove si può essere uccisi  o arrestati per un articolo o un filmato. All’inizio dell’anno sono stati assolti a Mosca  i presunti esecutori dell’omicidio di Anna Politkovskaja. Ma in Russia le cose vanno di male in peggio: proseguono le aggressioni e le intimidazioni nei confronti delle voci indipendenti. Il luogo dove il mestiere di reporter è più a rischio resta l’Iraq, ma anche in Messico, Colombia, Filippine, Iran la situazione è critica. In Italia l’associazione Information Safety and Freedom ha promosso una campagna per ottenere la liberazione di un giovane cronista afgano Sayed Parwez Kambaksh. E’ stato condannato a vent’anni di prigione per aver spedito via mail un articolo che difendeva i diritti delle donne. Il problema è che a infliggergli questa punizione, per presunta blasfemia, non sono stati i talebani, ma il regime di Karzai insediato dagli occidentali.

Il percorso di Scenari si conclude in Cina proponendovi il video “Prigionieri in Freedom City”, un documento eccezionale, il diario di un dissidente che filma ciò che vede dalla finestre di una casa dove è agli arresti domiciliari. Dopo aver effettuato queste riprese, Hu Jia è stato condannato a 3 anni e mezzo di prigione. In stato di detenzione ha ricevuto nel novembre scorso dal Parlamento europeo il Premio Sacharov.

Il silenzio è d’oro, anche quello di Santoro

di Carlo Vulpio

Il gip di Salerno proscioglie de Magistris e Vulpio. Il Tar Lazio dà ragione a Forleo. Il tribunale del Riesame di Roma scagiona Genchi

Lo avete letto da qualche parte? Ve lo ha detto qualche tv o qualche radio? No, non lo sapete. Forse qualcuno di voi lo sa, ma giusto perché ha scovato la notizia fra le “brevi”, poche righe e frettolose, o perché avrà letto l’unico articolo che si è occupato della vicenda, raccontandola però in maniera deformata e maliziosa.

E’ successo che io, il giudice Luigi de Magistris, il consulente Gioacchino Genchi e il giudice Clementina Forleo abbiamo avuto tutti ragione, purtroppo, nei diversi procedimenti aperti contro ognuno di noi.

Perché purtroppo? Perché dovevamo vederci riconosciuta questa ragione “prima”, non dopo. Io e de Magistris eravamo accusati di rivelazione di segreti d’ufficio, ma i giudici hanno detto che non era vero. Così Genchi. Accusato di essere un super spione fuorilegge, l’uomo che per Rutelli e Berlusconi era addirittura all’origine del “più grande scandalo della storia repubblicana”, Genchi è stato riconosciuto innocente. E Forleo? Il Tar del Lazio le ha dato finalmente ragione. La sentenza con cui il Csm l’ha trasferita a Cremona, ha detto il tribunale amministrativo, è ingiusta, va cancellata, e Forleo, se lo volesse, potrebbe tornare a Milano anche subito. Ma chi ha raccontato tutto questo? Perché per queste (e altre) vicende nessuno in Italia sente il dovere di fare un giornalismo onesto, quello che in America si individua con la splendida definizione di “honest journalism”?

Eppure c’è stato un linciaggio a reti e giornali unificati durato mesi e mesi, nel silenzio di giornalisti “liberi”, magistrati “indipendenti” e politici “onesti”. Eppure per ognuno di noi è cambiata la vita, perché quando accadono certe cose nulla è più come prima. Eppure lo avevamo detto e qualche volta anche urlato, non è che ce ne stiamo accorgendo adesso. Non c’è stato niente da fare. Ci danno ragione soltanto ora, cioè “dopo”. E tuttavia, nemmeno questo basta affinché un tg qualsiasi, un giornale qualsiasi, un talk show qualsiasi racconti – ma per intero, senza omettere nulla e senza “dimenticare” nessuno – come sono andate a finire quelle vicende che hanno causato il trasferimento di Forleo e de Magistris, la revoca dell’incarico a Genchi, la decisione del direttore del giornale per il quale lavoro di “sollevarmi” dall’incarico per le inchieste di cui mi stavo occupando. Pensate, non lo ha fatto nemmeno Michele Santoro.

Nella puntata di Anno Zero sull’informazione, in cui si sarebbe dovuto parlare di giornalismo “sdraiato” e “oscurato”, Santoro non ha trovato un minuto, un secondo, un attimo, per chiedere ai suoi ospiti – che so, a Paolo Mieli per esempio – com’è che il 3 dicembre 2008 mi hanno improvvisamente fatto smettere di scrivere su quelle inchieste che sono state all’origine dei guai di de Magistris, Forleo e Genchi, e che io seguivo da due anni. Un dibattito sul giornalismo oscurato che non parli del più clamoroso caso di oscuramento degli ultimi vent’anni, come dimostra la catena di sant’Antonio di rimozioni e trasferimenti che ne è seguita, è un’operazione ardita. Spiace dirlo, ma quella puntata di Anno Zero non è stata un esempio di “honest journalism”. Una volta Marco Travaglio, ospite di Daniele Luttazzi, disse che la differenza tra la Francia (dov’era in visita il premier Berlusconi) e l’Italia, per quelli che fanno il nostro mestiere, era che in Francia i giornalisti fanno domande. Ecco, io non so perché nemmeno lui abbia fatto una domanda, una sola, agli ospiti della trasmissione – che so, a Paolo Mieli per esempio. Sono portato a credere che Santoro possa averglielo impedito, e infatti Travaglio nella sua rubrica ha fatto un eccellente intervento su Genchi. Ma poiché non so se sia andata davvero in questo modo, giuro che appena vedo Marco glielo chiedo. Nemmeno Vauro, che io (come tanti altri) ho difeso quando è stato sospeso, ha fatto sentire la sua voce, o almeno il graffio della sua matita. Vauro, sospeso per una settimana, ha ricevuto (giustamente) tanta solidarietà pubblica. Io, sospeso “ad interim” e abrogato da Anno Zero come si sbianchetta una foto compromettente, non ho ricevuto nemmeno una telefonata di solidarietà privata da Vauro.

Nessuna telefonata nemmeno da Michele Santoro. Al mattino, il giorno della puntata sull’informazione, gli avevo anche  inviato un sms. Nessuna risposta anche all’sms. Giuro: non gli ho mai fatto niente di male, né mai ho avuto screzi con lui. Anzi. Non so cosa sia accaduto prima di quella puntata di Anno Zero. E forse non voglio nemmeno saperlo. Ma poiché non si tratta di un fatto personale, per principio e per rispetto di tutti quelli che mi seguono sul blog e hanno letto il mio libro “Roba Nostra” non posso anch’io far finta di nulla. E quindi, per ora, almeno una domanda la faccio: sarà stata questa la puntata “riparatrice” che era stata chiesta a Santoro per evitare rogne? Tipo un trasferimento, una sospensione, una sollevazione dall’incarico?

Elio e le Storie Tese

di Marco Travaglio

Dunque. Elio Letizia da Secondigliano, messo comunale, 12mila euro dichiarati all’anno, ha una figlia, Noemi, che veste firmato e va a scuola in Mercedes con autista. Lui conosce intimamente il premier, ma né lui né il premier spiegano come e quando si sono conosciuti. Anche Noemi conosce intimamente il premier: a 15 anni inviò un book di foto a Mediaset tramite un amico di Dell’Utri; poi, a 16-17 anni, iniziò a frequentare «papi» per tirargli su il morale col karaoke. Milano, Roma, Sardegna. Ma sempre, giura Ghedini, accompagnata dai genitori. Strano: i coniugi Letizia risultano separati da anni; e il Corriere ventila addirittura un’«amicizia particolare» tra Elio e un ex dirigente comunale. Quali armi di persuasione possieda Elio per convocare il premier da Milano alla circonvallazione di Casoria, posto da paura, non è dato sapere. Salvo credere al premier: «Elio voleva parlarmi delle candidature di Malvano e Martusciello». Uno è l’ex questore di Napoli, deputato Pdl; l’altro un consigliere regionale Pdl, fratello del coordinatore forzista in Campania. I due non han mai visto né conosciuto Elio. Che però, generoso com’è, li raccomandava lo stesso. Silvio rimane chiuso un’ora in aereo a Capodichino in attesa che Noemi entri alla festa. E, siccome ha deciso all’ultimo momento, le regala un collier che casualmente teneva in tasca, per ogni evenienza. Sempre casualmente, da sotto un tavolo, spunta un fotografo di «Chi» (Mondadori) per immortalare la scena. Tutto chiaro. Ecco perché Veronica e Mike Bongiorno trovavano perennemente occupato: era sempre al telefono con Elio

Il premier Berlusconi e l’introvabile titolo di futuri libri di testo

di Andrea Camilleri

Camilleri, siamo l’unico paese al mondo con un premier vietato ai minori, da mandare a notte fonda, quando, su certi canali, iniziano le programmazioni hard. «Papi» sta inaugurando un nuovo filone di commedia all’italiana, si fa per dire. E saranno titoli da cassetta: «Il premier e il gran debutto delle diciottenni»; «Il premier che voleva palpare alle cerimonie ufficiali»; «Il premier e le ministre alla scuola di partito»; «Il premier e le notti bianche finlandesi»; «Le fanciulle sulle ginocchia del premier»; «Indovina chi viene a cena? Papi».

C’è chi è passato alla storia per avere cambiato il suo paese, chi per avere promosso trattati internazionali fondamentali, chi per essersi prodigato per il benessere mondiale. In genere, questi celebrati personaggi sono, al contrario, detestati dagli studenti costretti a subirsi le innumerevoli pagine che i libri di storia dedicano loro. Non sarà così per gli studenti che, metti nel 2050, si imbatteranno nel grande statista italiano del quale è superfluo fare il nome. Si divertiranno un mondo. Naturalmente mi riferisco agli universitari, perché, come dice Lei caro Lodato, a quelli inferiori di anni 18 ne sarà proibita la lettura. Insomma, anche dopo la sua scomparsa, il nostro statista avrà ampi consensi. Specialmente se il libro di testo avrà un corredo di illustrazioni che riportano le immagini, al naturale, di alcune fra le sue più procaci collaboratrici politiche. Però, suppongo, che i film che ne celebreranno le gesta, alla stregua di un Napoleone o di un Lincoln, non avranno i titoli che Lei suggerisce. Quei titoli sono sulla scia, non della commedia all’italiana, ma dei film di quart’ordine con Alvaro Vitali nella parte di Pierino. E qui invece ne siamo distantissimi, ci troviamo a un livello assai più basso, quale però non so immaginare.

Angelo BiondiCrini

Gennaio 15, 2009

What You Don’t Know About Gaza

Archiviato in: Uncategorized — karnarakna @ 11:01 pm

THE GAZANS Most of the people living in Gaza are not there by choice. The majority of the 1.5 million people crammed into the roughly 140 square miles of the Gaza Strip belong to families that came f

rom towns and villages outside Gaza like Ashkelon and Beersheba. They were driven to Gaza by the Israeli Army in 1948.

THE OCCUPATION The Gazans have lived under Israeli occupation since the Six-Day War in 1967. Israel is still widely considered to be an occupying power, even though it removed its troops and settlers from the strip in 2005. Israel still controls access to the area, imports and exports, and the movement of people in and out. Israel has control over Gaza’s air space and sea coast, and its forces enter the area at will. As the occupying power, Israel has the responsibility under the Fourth Geneva Convention to see to the welfare of the civilian population of the Gaza Strip.

THE BLOCKADE Israel’s blockade of the strip, with the support of the United States and the European Union, has grown increasingly stringent since Hamas won the Palestinian Legislative Council elections in January 2006. Fuel, electricity, imports, exports and the movement of people in and out of the Strip have been slowly choked off, leading to life-threatening problems of sanitation, health, water supply and transportation.

The blockade has subjected many to unemployment, penury and malnutrition. This amounts to the collective punishment — with the tacit support of the United States — of a civilian population for exercising its democratic rights.

THE CEASE-FIRE Lifting the blockade, along with a cessation of rocket fire, was one of the key terms of the June cease-fire between Israel and Hamas. This accord led to a reduction in rockets fired from Gaza from hundreds in May and June to a total of less than 20 in the subsequent four months (according to Israeli government figures). The cease-fire broke down when Israeli forces launched major air and ground attacks in early November; six Hamas operatives were reported killed.

WAR CRIMES The targeting of civilians, whether by Hamas or by Israel, is potentially a war crime. Every human life is precious. But the numbers speak for themselves: Nearly 700 Palestinians, most of them civilians, have been killed since the conflict broke out at the end of last year. In contrast, there have been around a dozen Israelis killed, many of them soldiers. Negotiation is a much more effective way to deal with rockets and other forms of violence. This might have been able to happen had Israel fulfilled the terms of the June cease-fire and lifted its blockade of the Gaza Strip.

This war on the people of Gaza isn’t really about rockets. Nor is it about “restoring Israel’s deterrence,” as the Israeli press might have you believe. Far more revealing are the words of Moshe Yaalon, then the Israeli Defense Forces chief of staff, in 2002: “The Palestinians must be made to understand in the deepest recesses of their consciousness that they are a defeated people.”

Rashid Khalidi, a professor of Arab studies at Columbia, is the author of the forthcoming “Sowing Crisis: The Cold War and American Dominance in the Middle East.”
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Gaza Boomerang

di Nicholas Kristof (NYTimes, 7-1-09)

At a time when Israel is bombing Gaza to try to smash Hamas, it’s worth remembering that Israel itself helped nurture Hamas.

When Hamas was founded in 1987, Israel was mostly concerned with Yasser Arafat’s Fatah movement and figured that a religious Palestinian organization would help undermine Fatah. Israel calculated that all those Muslim fundamentalists would spend their time praying in the mosques, so it cracked down on Fatah and allowed Hamas to rise as a counterforce.

What we’re seeing in the Middle East is the Boomerang Syndrome. Arab terrorism built support for right-wing Israeli politicians, who took harsh actions against Palestinians, who responded with more terrorism, and so on. Extremists on each side sustain the other, and the excessive Israeli ground assault in Gaza is likely to create more terrorists in the long run.

If this pattern continues, we may eventually see Hamas-style Palestinians facing off against hard-line Israelis, with each side making the others’ lives wretched — and political moderates in the Middle East politically eviscerated.

I visited Gaza last summer and found many Palestinians ambivalent in a way that Americans and Israelis often don’t appreciate. Many Gazans scorn Fatah as corrupt and incompetent, and they dislike Hamas’s overzealousness and repression. But when they are suffering and humiliated, they find it emotionally satisfying to see Hamas fighting back.

Granted, Israel was profoundly provoked in this case. Israel sought an extension of its cease-fire with Hamas, and Egypt offered to mediate one — but Hamas refused. When it is shelled by its neighbor, Israel has to do something.

But Israel’s right to do something doesn’t mean it has the right to do anything.

Since the shelling from Gaza started in 2001, 20 Israeli civilians have been killed by rockets or mortars, according to a tabulation by Israeli human rights groups. That doesn’t justify an all-out ground invasion that has killed more than 660 people (it’s difficult to know how many are militants and how many are civilians).

So what could Israel have reasonably done? Bombing the tunnels through which Gazans smuggle weapons would have been a proportionate response, if Israel had stopped there, and the same is true of airstrikes on certain Hamas targets. An even better approach would have been to ease the siege in Gaza, perhaps creating an environment in which Hamas would have extended the cease-fire. It was certainly worth trying — and almost anything would be better than lashing out in a way that would create more boomerangs.

“This policy is not strengthening Israel,” notes Sari Bashi, the executive director of Gisha, an Israeli human rights group that works on Gaza issues. “The trauma that 1.5 million people have been undergoing in Gaza is going to have long-term effects for our ability to live together.

“My colleague in Gaza works for an Israeli organization. She’s learning Hebrew, and she’s just the kind of person we can build a future with. And her 6-year-old nephew, every time a bomb drops from the air, is at first scared and then says — hopefully — maybe the Qassam Brigades will now fire rockets at the Israelis.”

Israel’s strategy has been to make ordinary Palestinians suffer in hopes of creating ill will toward Hamas. That’s why, beginning in 2007, Israel cut back fuel shipments for Gaza utilities — and why today, in the aftermath of the bombings, 800,000 Gaza residents lack running water, Ms. Bashi said.

The Israeli policy on Gaza has been marketed as a policy against Hamas, but in reality it’s a policy against a million-and-a-half people in Gaza,” she said.

We all know that the most plausible solution to the Middle East mess is a two-state solution along the lines that former President Bill Clinton has proposed. It’s difficult to tell how we get there from here, but a crucial step is to strengthen President Mahmoud Abbas and his Palestinian Authority.

Instead, initial reports are that the assault on Gaza is focusing Arab anger on Mr. Abbas and moderate neighbors like Jordan, undermining the peacemakers.

My courageous Times colleague in Gaza, Taghreed el-Khodary, quoted a 37-year-old father weeping over the corpse of his 11-year-old daughter: “From now on, I am Hamas. I choose resistance.”

Barack Obama has said relatively little about Gaza. At first, given the provocations by Hamas, that was understandable. But as the ground invasion costs more lives, he needs to join European leaders in calling for a new cease-fire on all sides — and after he assumes the presidency, he must provide real leadership that the world craves.

Aaron David Miller, a longtime Middle East peace negotiator for the United States, suggests in his excellent new book, “The Much Too Promised Land,” that presidents should offer Israel “love, but tough love.”

So, Mr. Obama, find your voice. Fall in tough love with Israel.

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si ringrazia il New York Times

Angelo BiondiCrini

Viva la SOCIAL CARD!!

Archiviato in: Economia Italiana, Uncategorized — Tag:, , , , — karnarakna @ 8:42 pm

Ebbene sì, tutti i nodi vengono al pettine o meglio, cominciano…
A giugno il nostro super ministro dell’economia Giulio Tremonti aveva annunciato uno strumento innovativo destinato ai più indigenti, ai pensionati con la pensione minima, insomma: a chi non riusciva ad arrivare a fine mese.
Sì signori arriva la SOCIAL CARD!!! E tutti avranno pensato: che culo!!
Con 40€ al mese potrò finalmente permettermi una settimana di terme a Saturnia, potrò finalmente farmi il capodanno 2008 in una città europea!!
A parte gli scherzi: con 40€ al mese un pensionato che prende 400-500€ di pensione cosa ci fa?? Spesa alimentare per 4gg: 20€, una lampadina fulminata: 3€, il detersivo per la lavatrice e i piatti 8€ (li acquisterà almeno una volta al mese?)…siamo già a 31€….
S’era capito da subito: una presa in giro bella e buona, uno specchio per le allodole, tanto per distogliere l’attenzione dalla riforma della giustizia in atto e tutte le altre porcate…
Però si potrebbe dire: “Almeno ci stanno provando, 40€ sono meglio di niente!!” e si potrebbe rispondere: “ok diamogli fiducia”. Invece i furbetti non si smentiscono, sono solo e soltanto dei venditori di fumo…
Più di un terzo delle social card sono senza fondi!!!
Leggete i racconti delle povere persone che oltre all’umiliazione di dover utilizzare questo strumento, hanno subìto anche l’umiliazione di non poter effettuare gli acquisti perchè la social card risultava senza fondi!!!
Uno scandalo…

Ecco i links degli articoli trovati in rete:

Repubblica:
http://www. repubblica. it/2009/01/sezioni/cronaca/social-card/social-card/social-card. html

Il Riformista:
http://www. ilriformista. it/stories/Prima%20pagina/44951/

La Stampa:
http://www. lastampa. it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica. asp?ID_blog=124&ID_articolo=511&ID_sezione=274&sezione=

LEGGETE E DIFFONDETE..

mat

Novembre 16, 2008

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Archiviato in: Uncategorized — karnarakna @ 5:09 pm

eh si…e quanti sò! ammazza !

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powered by Newsweek October 27, 2008

MG

The Price of Greed

Archiviato in: Econimia, Uncategorized — Tag: — karnarakna @ 4:00 pm

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thepriceofgreed5

powered by the TIME september 29, 2008

greedisdead

powered by the INDEPENDENT October 15, 2008

MG

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