Lu stozzu de carta

Maggio 17, 2009

La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione

Siamo tutti un popolo di migranti

Immigrati italiani in Usa

“Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere

“Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali”. La relazione così prosegue: “Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione“.

Il testo è tratto da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912

Milano, Alabama

by PINO CORRIAS su http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/
Foto di rbanks da flickr.comProbabile che Matteo Salvini, il leghista che chiede posti prioritari per i milanesi sul metrò, sappia nulla di Rosa Parks e della sua storia lucente. Rosa Parks era una donna nera di Montgomery, Alabama. Quando l’1 dicembre 1955 decise di sedersi in uno dei posti dell’autobus riservato ai bianchi, aveva 42 anni. Lavorava come sarta in un grande magazzino. Stava tornando a casa e aveva avuto una giornata dura. Rimase seduta per una manciata di fermate. Poi salirono dei bianchi. Il conducente le ordinò di alzarsi. E lei, che lo aveva fatto mille altre volte, rispettando la legge dell’Alabama che riservava ai negroes gli ultimi posti in fondo all’autobus, decise di disobbedire: “Non mi alzo”. Il conducente fermò l’autobus, chiamò due poliziotti che arrestarono Rosa Parks.

Per protesta la comunità afroamericana, guidata dal giovane reverendo Martin Luther King, decise che nessun nero sarebbe più salito sugli autobus di Montgomery, fino a quando non fosse stata cancellata la segregazione razziale. Il boicottaggio durò 381 giorni. Durante i quali tutti i neri andavano a piedi, oppure in automobili strapiene, oppure in bicicletta, e gli autobus vuoti rimanevano nelle rimesse. Il 19 dicembre 1956 la Corte Suprema degli Usa – su richiesta dei difensori di Rosa Parks, condannata a 10 dollari di multa – dichiarò incostituzionali le leggi della segregazione. Il giorno dopo Martin Luther King e il reverendo bianco Glen Smith salirono sull’autobus e si sedettero uno di fianco all’altro. Oggi quell’autobus è in un museo, Rosa Parks sta nel cielo dei giusti, Obama abita alla Casa Bianca, e Matteo Salvini fa il capogruppo della Lega a Milano.


Angelo BiondiCrini

Settembre 24, 2008

L’a normalità

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Si erano fermati fuori del paese, vicino Verona, solo per mangiare. Sono stati picchiati, sequestrati e torturati dai carabinieri per ore. La loro testimonianza
di Gianluca Carmosino (Carta)
Venerdì 5 settembre 2008, ore 12. Tre famiglie parcheggiano le roulotte nel piazzale delle giostre a Bussolengo [Verona]. Le famiglie sono formate da Angelo e Sonia Campos con i loro cinque figli [quattro minorenni], dal figlio maggiorenne della coppia con la moglie e altri due minori, infine dal cognato Cristian Udorich con la sua compagna e i loro tre bambini. Tra le roulotte parcheggiate c’è già quella di Denis Rossetto, un loro amico. Sono tutti cittadini italiani di origine rom.Quello che accade dopo lo racconta Cristian, che ha trentotto anni ed è nato a San Giovanni Valdarno [Arezzo]. Cristian vive a Busto Arsizio [Varese] ed è un predicatore evangelista tra le comunità rom e sinte della Lombardia. Abbiamo parlato al telefono con lui grazie all’aiuto di Sergio Suffer dell’associazione Nevo Gipen [Nuova vita] di Brescia, che aderisce alla rete nazionale «Federazione rom e sinti insieme».
«Stavamo preparando il pranzo, ed è arrivata una pattuglia di vigili urbani – racconta Cristian – per dirci di sgomberare entro un paio di ore. Abbiamo risposto che avremmo mangiato e che saremmo subito ripartiti. Dopo alcuni minuti arrivano due carabinieri. Ci dicono di sgomberare subito. Mio cognato chiede se quella era una minaccia. Poi cominciano a picchiarci, minorenni compresi».

La voce si incrina per l’emozione: «Hanno subito tentato di ammanettare Angelo – prosegue Cristian – Mia sorella, sconvolta, ha cominciato a chiedere aiuto urlando ‘non abbiamo fatto nulla’. Il carabiniere più basso ha cominciato allora a picchiare in testa mia sorella con pugni e calci fino a farla sanguinare. I bambini si sono messi a piangere. È intervenuto per difenderci anche Denis. ‘Stai zitta puttana’, ha urlato più volte uno dei carabinieri a mia figlia di nove anni. E mentre dicevano a me di farla stare zitta ‘altrimenti l’ammazziamo di botte’ mi hanno riempito di calci. A Marco, il figlio di nove anni di mia sorella, hanno spezzato tre denti… Subito dopo sono arrivate altre pattuglie: tra loro un uomo in borghese, alto circa un metro e settanta, calvo: lo chiamavano maresciallo. Sono riuscito a prendere il mio telefono, ricordo bene l’ora, le 14,05, e ho chiamato il 113 chiedendo disperato all’operatore di aiutarci
perché alcuni carabinieri ci stavano picchiando. Con violenza mi hanno strappato il telefono e lo hanno spaccato. Angelo è riuscito a scappare. È stato fermato e arrestato, prima che riuscisse ad arrivare in questura. Io e la mia compagna, insieme a mia sorella, Angelo e due dei loro figli, di sedici e diciassette anni, siamo stati portati nella caserma di Bussolengo dei carabinieri».
«Appena siamo entrati,erano circa le due – dice Cristian – hanno chiuso le porte e le finestre. Ci hanno ammanettati e fatti sdraiare per terra. Oltre ai calci e i pugni, hanno cominciato a usare il manganello, anche sul volto… Mia sorella e i ragazzi perdevano molto sangue. Uno dei carabinieri ha urlato alla mia compagna: ‘Mettiti in ginocchio e pulisci quel sangue bastardo’. Ho implorato che si fermassero, dicevo che sono un predicatore evangelista, mi hanno colpito con il manganello incrinandomi una costola e hanno urlato alla mia compagna ‘Devi dire, io sono una puttana’, cosa che lei, piangendo, ha fatto più volte».

Continua il racconto Giorgio, che ha diciassette anni ed è uno dei figli di Angelo: «Un carabiniere ha immobilizzato me e mio fratello Michele, sedici anni. Hanno portato una bacinella grande, con cinque-sei litri di acqua. Ogni dieci minuti, per almeno un’ora, ci hanno immerso completamente la testa nel secchio per quindici secondi. Uno dei carabiniere in borghese ha filmato la scena con il telefonino. Poi un altro si è denudato e ha detto ‘fammi un bocchino’».
Alle 19 circa, dopo cinque ore, finisce l’incubo e tutti vengono rilasciati, tranne Angelo e Sonia Campos e Denis Rossetto, accusati di resistenza a pubblico ufficiale. Giorgio e Michele, prima di essere rilasciati, sono trasferiti alla caserma di Peschiera del Grada per rilasciare le impronte. Cristian con la compagna e i ragazzi vanno a farsi medicare all’ospedale di Desenzano [Brescia].

Sabato mattina la prima udienza per direttissima contro i tre «accusati», che avevano evidenti difficoltà a camminare per le violenze. «Con molti familiari e amici siamo andati al tribunale di Verona – dice ancora Cristian – L’avvocato ci ha detto che potrebbero restare nel carcere di Verona per tre anni». Nel fine settimana la notizia appare su alcuni siti, in particolare Sucardrom.blogspot.com. La stampa nazionale e locale non scrive nulla, salvo l’Arena di Verona. La Camera del lavoro di Brescia e quella di Verona, hanno messo a disposizione alcuni avvocati per sostenere il lavoro di Nevo Gipen.

Luglio 13, 2008

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Luglio 4, 2008

zingari partigiani eroi senza memoria

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Luglio 2, 2008

Primo Problema

Archiviato in: popolo Rom — Tag:, , , , , — karnarakna @ 2:36 am

Non riesco a capire.

Mi sforzo, ma non riesco.

Cerco di trovare una qualche giustificazione possibile.

E non la trovo, o non c’è, semplicemente.

Non riesco a capire come uno Stato pensi di poter migliorare

la propria sicurezza interna

schedando biometricamente (prelevare impronte digitali altro non è)

un’intera comunità di persone, a partire dai bambini

sulla base della loro origine etnica.

Sistematica schedatura, biometricamente analitica, di una sola precisa etnìa.

Siamo lucidi?

Ci stiamo capendo?

La possiamo chiamare in mille altri modi, questa “sicurezza”

ma per ora l’unica cosa sicura è che di questo si tratta

sistematica schedatura

biometricamente analitica

di una sola precisa etnìa.

Possiamo chiamarlo “razzismo”?

Cioè, se è solamente una precisa etnìa

ad essere sistematicamente schedata

con rilevazioni biometriche

oltre che un autoritario controllo (già di per sé abominevole)

potremmo chiamarlo “razzismo”?

Perché non prenderle a tutti allora, anche ai nostri bambini, le impronte digitali?

Semplice.

Se lo si facesse sarebbe chiaro un intento di “autoritario controllo”

e questo non è accettato in una “democrazia”, giusto?

Bene, allora facciamolo soltanto (per il momento)

ad una sola razza, la più ladra, la più sporca, la più brutta,

la razza degli zingari, rom o sinti che siano, tutti insieme,

indiscriminatamente, puramente discriminatorio.

Ma non è questo che non riesco a capire.

Fin qui posso, con tutto l’amore di questo mondo, anche comprenderlo.

Posso comprendere un popolo preso giorno e notte a bastonate

dalla propria classe dirigente tutta intera

e anche, masochisticamente, da se stesso,

negli inutili, biechi, vecchi, insulsi, beceri regionalismi.

Questo popolo è quello italiano che

abbrutito da se stesso e dai propri abbrutenti governanti

si sfoga men che animalescamente col più debole

il più ladro, il più sporco, il più brutto.

Il nostro più debole lo abbiamo trovato

adesso possiamo sfogare tutte le nostre frustrazioni.

Questo lo comprendo, ma non lo giustifico.

Manca di spirito, manca di coraggio.

Prendersela col più debole è sempre un atto manifesto di debolezza,

il forte sfida sempre e solo chi ritiene più forte di lui

e in questo manifesta la sua forza

vinca o perda avrà comunque avuto la forza dell’aver coraggio.

La destra italiana, tutta croci celtiche, poesie nordiche,

titanismi dichiarati e bellezze di questo genere

altro non sa fare che dichiarare guerra al più debole.

Anche questo lo comprendo.

Comprendo la frustrazione di questa gente

che nel vivere piglia le stesse bastonate che piglio io

e non avendo ancora acquisito il vero senso del coraggio

puerilmente deboli

proclamano la loro superiorità

nello sfidare chi è conclamatamente più “debole”

perché più ladro, sporco e brutto degli altri.

Questo anche lo comprendo, ma non lo giustifico.

Nel non giustificarlo penso sia un problema che va risolto.

Si risolve facendosi carico del valore del coraggio

cominciando a guardare in faccia la realtà

e concentrarsi su chi davvero ci sta dissanguando

per quali interessi e in quali modi.

Fin qui, ribadisco, comprendo tutto

ma continuo a non giustificare.

Ma c’è qualcosa che proprio non riesco a capire…

come si può, come si può anche solo pensare

di prendere le impronte digitali anche ai bambini???

Questo è disumano.

Profondamente disumano.

Loro lo chiamano “censire”.

Eppure noi italiani siamo “censiti”

senza che a tutti vengano prese le impronte digitali,

ci sono i nostri documenti, all’anagrafe.

Si può dunque “censire” anche senza rilevare le impronte digitali, giusto?

Basterebbe fornire a tutti un documento

sempre che un documento faccia un uomo

e qui ci sta tutto il paradosso della burocrazia

il proprio essere identità dato in pasto ai fogli di carta.

Ma il documento non lo si può fornire

altrimenti non sarebbero più clandestini

quelli che lo sono, ovviamente.

Si dà il caso infatti che molti zingari

sono italiani da generazioni

alcuni di loro hanno combattuto e sono morti durante la Resistenza,

sono stati partigiani, compatrioti, liberatori,

contro l’invasione nazista.

Ci stiamo comportando esattamente

come i nostri invasori.

E qui risiede un altro paradosso.

Paradossale è il fatto che il nazismo è stato additato da sempre

come il peggior male storico del XX secolo

movimento politico, spalleggiato e sovvenzionato

dai grandi industriali tedeschi del settore siderurgico,

che ha dato mostruosamente vita alla Shoah, all’Olocausto,

alla eliminazione sistematica della razza ebrea.

Ogni anno il “Giorno della Memoria” di quest’aberrazione umana

viene celebrato in tutto il mondo con grande risonanza mediatica.

Tutto giusto, tutto bello.

Peccato però che il “Giorno della Memoria”

non aiuti a ricordare che nei forni ci finivano pure gli zingari

anch’essi sistematicamente spediti nei campi di concentramento

e sterminati.

Cinquecentomila morti, secondo le stime.

Porajmosè una parola che per molti non significa nulla.

Per uno zingaro è l’olocausto della propria razza.

C’è un giorno dell’anno in cui gli zingari hanno “memoria” di questa loro “shoah”.

Qualcuno ha visto celebrare qualcosa?

Meglio così, le lacrime sono intime.

Fatto sta che da allora, da quei tristissimi ventenni di debolezza,

(quando per dimostrare al mondo di essere forti

s’invadevano gli slavi, gli albanesi, gli abissini, gli etiopi,

insomma tutte queste grandi potenze economiche e nazioni plutocratiche…)

da allora poco è cambiato.

Belle parole, belle pubblicità progresso, belle solidarietà a distanza,

ma quando c’è da bastonare si bastonano i vicini più deboli,

i “più prossimi” meno onesti, meno puliti e meno belli di noi.

Oggi come allora sono gli zingari.

Oggi come allora andiamo da loro, li svegliamo all’alba,

li mettiamo in fila, rileviamo le loro impronte digitali

e poi magari sgomberiamo e ruspiamo tutto,

senza alternative.

I topi, dicono.

I bambini vivono coi topi

nelle loro baracche all’interno dei campi abusivi.

Bene, giusto.

Non è cosa degna che i bambini vivano coi topi.

Togliete i bambini dalle baracche e metteteli

in quelle migliaia di appartamenti vuoti e sfitti

all’interno di quei casermoni di cemento

che avete fatto costruire in città

per accontentare gli speculatori edilizi

che vi sovvenzionavano la campagna elettorale

quella di destra e quella di sinistra.

Gli onesti italiani di un certo rango amano speculare sull’edilizia.

L’amato mattone.

Il mattone è l’arma del massone, del resto.

Tutti quei mattoni formerebbero, teoricamente,

tante case per tutti quei bambini

magari, perché no, con la loro famiglia.

Sarebbe un bel gesto per quei bambini

non farli vivere più coi topi, no?

Sì, ma prima dateci le impronte, bambini belli!!!

Ve lo vedete un poliziotto, tutto bardato d’armi

che prende le impronte a un bambino di dieci anni?

dev’essere un’emozione per quel bambino

il sogno di un’infanzia felice…

no, magari no, le impronte le faranno prendere a quelli della Croce Rossa…

meglio non sporcarsi le mani,

d’inchiostro ovviamente…

è strano il nostro paese…

a un bambino (povero) di un certo popolo vengono prese le impronte

ancor prima che gli siano spuntati i primi peli di barba

senza aver commesso alcun reato

mentre al più ricco dell’altro popolo,

al più potente, al più alto in grado

si tenta di concedere l’immunità

coi processi in corso…

C’è una disparità evidente.

Fin troppo evidente.

Ciò significa superbia.

Significa sentirsi talmente tronfi e gonfi

da prendere a sberle il concetto stesso di umanità

nelle sue migliori qualità, di forza e coraggio.

Questi signori si prendono sberleffo del proprio popolo

li conducono all’abiezione più totale

nell’ipocrisia di farsi belli nel condannare comodamente

le piaghe sociali della pedofilia, dello sfruttamente dei minori, dell’analfabetismo

in nome di un rispetto per l’infanzia

che viene bestemmiato nel modo attivo di operare.

Passivamente si condanna

quel che attivamente si sta già facendo.

Prendere le impronte digitali ai bambini rom

significa presumere pregiudizialmente che essi saranno dei delinquenti

prima o poi lo saranno, non c’è dubbio, questo presumiamo.

E già ciò basterebbe a fermarsi un attimo e ragionare

sull’intelligenza, la forza e il coraggio di questo pregiudizio

che non è né intelligente, né forte né coraggioso.

Ma il pregiudizio è una cosa,

scandalizzare un bambino è un’altra, molto ben più grave cosa.

Questi bambini verrano scandalizzati

verranno schedati

le loro manine verranno fatte intingere nell’inchiostro

e poi fatte porre su un pezzo di carta.

Un’operazione simmetricamente diversa

ma sostanzialmente, concettualmente uguale

al tatuargli sul braccio un numero d’identificazione.

Fatti riconoscere bambino

tu che sei diverso.

Questo non lo capisco

non lo posso ritenere umanamente accettabile,

non lo è

non va accettato

bisogna impedire che accada.

Memoria…

Giugno 30, 2008

vergogna la nostra (e silenzi)

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nostra la vergogna

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la nostra vergogna

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la vergogna nostra

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Giugno 26, 2008

Le impronte dell’odio – Moni Ovadia su “Liberazione”

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