Lu stozzu de carta

Ottobre 2, 2009

“Tomorrow, tomorrow” – Culture ad alto e basso contesto

Archiviato in: Aperte Lettere, Arte e soprattutto non, MEDITERRANEO, Perspectives, Uncategorized — karnarakna @ 2:49 pm

Un messaggio o una comunicazione si dice ad alto contesto (High Context) quando la maggior parte dell’informazione risiede nel contesto fisico o è implicita nella persona, mentre assai poco risiede nella parte esplicita, codificata e trasmessa del messaggio.[1] Al contrario chiamiamo comunicazione a basso contesto (Low Context) la trasmissione della maggior parte dell’informazione attraverso il codice esplicito della lingua.

In generale le transazioni di alto contesto coinvolgono più i sentimenti e l’intimità, mentre quelle a basso contesto sono meno personali e più formali, orientate sull’emisfero sinistro del cervello. Per fare qualche esempio definiamo ad alto contesto la comunicazione familiare o tra amici mentre possiamo definire a basso contesto il confronto formale tra due legali, due politici o due amministratori che scrivono un regolamento. Se teniamo conto di questa suddivisione, possiamo riconoscere che i nordeuropei operino ad un livello di contestualità più basso rispetto a quanto fanno i giapponesi o i Tewa del New Mexico.[2] Possiamo anche individuare le mutazioni che avvengono nel  corso della comunicazione stessa e riconoscere che un passaggio da alto a basso contesto possa significare un raffreddamento di una relazione o che il passaggio inverso segnali maggior calore e confidenza nella comunicazione: pensiamo per esempio all’utilizzo della 2ª persona singolare “tu” al posto della 3ª persona “lei”.

Particolarmente significativa risulta la differenza nella logica del discorso e nello stile argomentativo che nelle culture a basso contesto è lineare e diretto, mentre in quelle ad alto contesto è circolare e ambiguo: girare intorno al punto è un modo per metterlo in evidenza con rispetto (per esempio i buddisti o i taoisti ritengono che le cose più importanti non possano essere dette e che il linguaggio verbale serve a comunicare aspetti secondari dell’esistenza).[3]

Ho verificato una volta in un gruppo di studenti americani e di altre nazionalità un esempio di stile diverso. Chiesi  quali erano le forme tradizionali di  corteggiamento e gli americani risposero tutti con delle frasi abbastanza concise che avevano delle connessioni esplicite con la domanda. Quando però intervenne uno studente nigeriano, cominciò a descrivere il sentiero che attraversava il suo villaggio, l’albero alla fine del sentiero, il cantastorie che raccontava seduto sotto quell’albero e l’inizio di un racconto che una volta il cantastorie narrò. Quando, in risposta all’ovvio disagio degli americani nel gruppo, chiesi al nigeriano che cosa stesse facendo egli disse, “Sto rispondendo alla domanda”. Gli studenti americani protestarono e così  chiesi, “In che modo stai rispondendo alla domanda?” ed egli replicò, “Le sto dicendo tutto quello che ha bisogno di sapere per capire il punto”. “Bene”, disse uno degli americani, “Allora, se saremo pazienti, alla fine ci dirai quale è il punto”. “Oh no”, rispose il nigeriano. “Una volta che vi dico tutto quello che avete bisogno di sapere per capire il punto, saprete esattamente qual è il punto!”.[4]

Lo stile descritto da questo studente è uno stile di discussione circolare, o contestuale. Viene preferito non solo da molti africani, ma anche solitamente da gente di cultura latina, araba e asiatica.

Gli europei-americani, soprattutto maschi, tendono a usare uno stile lineare seguendo una scaletta di punti a,b,c…, stabilendo una connessione e una conclusione esplicita. Quando qualcuno devia da questa scaletta, è possibile che l’interlocutore dica: “Non riesco a seguirti” oppure “Possiamo arrivare al punto?” o “Qual è la questione di fondo?”. Questa modalità di argomentare la discussione è culturalmente specifica e, in relazione a un approccio contestuale, può risultare semplice e grossolana per la mancanza di dettagli necessaria a identificare il contesto, e arrogante perché chi parla decide cosa bisogna ascoltare e quali le conclusioni da trarre. Viceversa in una cultura a basso contesto, non venire mai al punto può risultare vago, evasivo, illogico o irritante.

Gli interculturalisti talvolta approcciano questo genere di valutazione negativa reciproca con il concetto di punti di forza e di punti di debolezza. In questo caso la forza di uno stile lineare può risiedere nel completamento efficiente di un compito a breve termine, mentre il suo limite sta nello sviluppare una relazione inclusiva. Per contro, la forza di uno stile contestuale sta nel facilitare la costituzione di gruppi e la creatività consensuale mentre il suo limite è la lentezza. Lo scopo dello studio e dell’esercizio in questo campo, oltre allo sviluppo della consapevolezza e del rispetto per stili alternativi, può essere quello di sviluppare una competenza bistilistica.[5]

Come vediamo nello schema, le differenze lungo la variabile della contestualità racchiudono trasversalmente anche altre dimensioni già affrontate: individualismo/collettivismo, cronemica, espressività. Questo ci induce a pensare che la contestualità sia una delle variabili più importanti nello studio dei problemi di fraintendimento interculturale o di analisi cross-culturale.

CONTESTUALITÀ

Basso Contesto

Alto Contesto

Esplicitazione dei significati attraverso le forme comunicative

Tendenza a costruire messaggi strutturati, a fornire dettagli, a usare termini tecnici

Tendenza a usare argomentazioni logiche                         ..

Enfasi su una logica di tipo lineare, che mira direttamente al nocciolo del problema

Valorizzazione del comportamento verbale-informativo; scarsa capacità di leggere il comportamento non verbale

Valorizzazione dell’individualismo

Tendenza a relazioni transitorie e strumentali

Significati impliciti, ricavabili dal contesto socioculturale

Tendenza a produrre messaggi semplici, densi e ambigui

Tendenza a usare sentimenti ed emozioni per comunicare

Enfasi su una logica “a spirale”, che gira intorno al punto

Valorizzazione della comunicazione non verbale e maggiore sensibilità a gestualità a mimica facciale .

Valorizzazione del senso del gruppo

Disponibilità a dedicare tempo per costruire e mantenere relazioni sociali durature

Fonte: Adattato da C. Giaccardi, La comunicazione interculturale, cit., p.127.


[1] E.T. Hall, Beyond Culture, Garden City, New York 1976.

[2] E.T. Hall, Il problema delle differenze nascoste, cit.

[3] “Chu Lao Tao Chu Men Tao” (Il Tao che può essere nominato non è il vero Tao), Tao Te Ching, Lao Tzu.

[4] M.J. Bennet, Comunicazione interculturale: una prospettiva corrente, in Principi di comunicazione interculturale, cit., p. 44.

[5] Ivi., p. 45.

Ibn Kalb -2008

Maggio 17, 2009

La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione

Siamo tutti un popolo di migranti

Immigrati italiani in Usa

“Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere

“Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali”. La relazione così prosegue: “Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione“.

Il testo è tratto da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912

Milano, Alabama

by PINO CORRIAS su http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/
Foto di rbanks da flickr.comProbabile che Matteo Salvini, il leghista che chiede posti prioritari per i milanesi sul metrò, sappia nulla di Rosa Parks e della sua storia lucente. Rosa Parks era una donna nera di Montgomery, Alabama. Quando l’1 dicembre 1955 decise di sedersi in uno dei posti dell’autobus riservato ai bianchi, aveva 42 anni. Lavorava come sarta in un grande magazzino. Stava tornando a casa e aveva avuto una giornata dura. Rimase seduta per una manciata di fermate. Poi salirono dei bianchi. Il conducente le ordinò di alzarsi. E lei, che lo aveva fatto mille altre volte, rispettando la legge dell’Alabama che riservava ai negroes gli ultimi posti in fondo all’autobus, decise di disobbedire: “Non mi alzo”. Il conducente fermò l’autobus, chiamò due poliziotti che arrestarono Rosa Parks.

Per protesta la comunità afroamericana, guidata dal giovane reverendo Martin Luther King, decise che nessun nero sarebbe più salito sugli autobus di Montgomery, fino a quando non fosse stata cancellata la segregazione razziale. Il boicottaggio durò 381 giorni. Durante i quali tutti i neri andavano a piedi, oppure in automobili strapiene, oppure in bicicletta, e gli autobus vuoti rimanevano nelle rimesse. Il 19 dicembre 1956 la Corte Suprema degli Usa – su richiesta dei difensori di Rosa Parks, condannata a 10 dollari di multa – dichiarò incostituzionali le leggi della segregazione. Il giorno dopo Martin Luther King e il reverendo bianco Glen Smith salirono sull’autobus e si sedettero uno di fianco all’altro. Oggi quell’autobus è in un museo, Rosa Parks sta nel cielo dei giusti, Obama abita alla Casa Bianca, e Matteo Salvini fa il capogruppo della Lega a Milano.


Angelo BiondiCrini

Dicembre 31, 2008

L’economia salentina tra disoccupazione, lavoro nero e delocalizzazione.

Per chiudere quest’anno in bellezza pubblichiamo una relazione sullo stato del lavoro in Salento a firma di Pati Luceri.

Convinti che l’informazione non debba essere lasciata in mano ai gazzettieri televisivi (e non solo televisivi), ribadiamo il nostro interesse verso un’analisi multiprospettica della realtà e invitiamo quindi chi legge non solo a dare testimonianza della propria quotidianità ma anche a proporre attivamente ipotesi di soluzione ai problemi discussi.

Noi tutti che Salento siamo abbiamo non più il diritto ma il dovere di confrontarci.

Buon Anno Nuovo a tutti!!!

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da “La Rosa Rossa”, periodico salentino

Novembre 26, 2008

TUTTI CON SAFARI

Archiviato in: Ambiente...ciò che potevamo, MEDITERRANEO — Tag:, — karnarakna @ 9:00 pm

Novembre 4, 2008

FITTO + RAMPINO

Archiviato in: MEDITERRANEO — Tag:, , — karnarakna @ 11:49 pm

I F I T T O

Il nonno dell’ex-Governatore si chiamava Felice Fitto. Era un proprietario terriero. Famiglia benestante. Operava nel settore del commercio e lavorazione dell’olio d’oliva. Poi, almeno così pare, divenne anche grossista di salumi e formaggi, avendo anche rivendite alimentari al dettaglio.

1957

Nasce la “ Fitto Felice & company”. I soci sono 4: Felice, uno dei figli, Salvatore (futuro Presidente della Regione) e due lontani parenti, i fratelli Portaluri.
Don Felice Fitto appartiene alla ristretta elite di latifondisti e proprietari che nella città di Maglie rappresentano, a quel tempo, l’oligarchia economico-finanziaria ed esprimono il ceto politico di governo. Dettano legge. Un po’ quello che accadeva, a Sammichele, in passato, per una certa aristocrazia fondiaria. Solo che a Sammichele, per diventare Consiglieri Comunali bastano 150 voti. A Maglie ne servono 3 mila. Don Felice è ripetutamente Consigliere Comunale di maggioranza eletto nelle liste monarchiche (che è cosa diversa dalla destra missina e cosa diversa dalla destra liberale).

La storia è a cicli, si sa. Alla fine degli anni ‘50, il sistema cambia perché cambia il mondo. A Maglie gli antichi equilibri si sfaldano. Sta sorgendo una nuova stella: la Democrazia Cristiana, enorme mammut capace di contenere tutto ed il suo contrario. Distribuisce potere, gestisce interessi tra i più disparati. Felice Fitto si ritira da un nuovo modo di fare politica nel quale, ormai, non si riconosce più. Gli subentra, nel giro di pochi anni, il figlio Salvatore (padre dell’ex-Governatore Raffaele). Prima Segretario Cittadino della DC, poi Consigliere Comunale. Tutto deve cambiare perché nulla cambi. Come ne “Il gattopardo”, ricordate?

1964

L’azienda “Fitto Felice & company” estende le proprie attività e comincia ad occuparsi di estrazione dell’olio di oliva dalla sansa e della lavorazione del ciclo completo dell’olio. Un SANSIFICIO ( dove ho già sentito questo termine?).

1967

Il dott. Salvatore Fitto, a soli 26 anni, è il più giovane Sindaco di Maglie. Nume tutelare di tutto il Salento è il sen. De Giuseppe, parlamentare dc per 25 anni e quasi sempre Vice-Presidente del Senato. Potere e prestigio di De Giuseppe in Salento sono enormi. De Giuseppe sta a Salvatore Fitto come Gava sta a Pomicino: Re e Vicerè. Fatte le debite proporzioni. Ovvio, il Salento non è l’intera Campania.

1973

Nasce la OL.SA SrL ( “OLEARIA SALENTINA”). L’azienda, però, va incontro a crescenti difficoltà economiche e si indebita fortemente con gli anni. Felice Fitto, oltre a Salvatore, ha altri due figli maschi: Raffaele Fitto (zio dell’ex-Governatore dei giorni nostri) ed Antonio. Raffaele Fitto è contitolare della OL.SA..

1981

Una sera, Raffaele Fitto viene rapito dall’Anonima sequestri. Un sequestro, a detta di molti, dai contorni poco nitidi. Le modalità del rapimento, della detenzione e del rilascio mai furono chiarite sino in fondo. Per tutta la durata delle trattative con i sequestratori, i Fitto non fanno altro che ripetere che i bilanci della loro azienda sono in rosso e che loro sono benestanti ma non ricchi. Non c’è molto da trattare.
Si versa un riscatto pari quasi a due miliardi di lire.
Grazie a chi, visto che l’azienda versava in cattive acque? Si narra di “amici” di famiglia? Chi? E in che modo furono ringraziati? Domande legittime per chi riveste ruoli pubblici.

1982

La OL.SA. è messa in liquidazione. RICORDIAMOCI DI QUESTA DATA.

I R A M P I N O

Don Felice Fitto ha una moglie, nonna dell’ex- Governatore dei giorni nostri. Si chiama Carmela Rampino.
La famiglia Rampino opera anch’essa, da sempre, nel settore oleario. Solo che i Fitto hanno in mano il settore nel Sud Salento, i Rampino, invece, a Trepuzzi e nel nord leccese. Vediamo cosa fanno i Rampino.

1963

Un imprenditore genovese del settore oleario, Leo Capurro, sbarca a Trepuzzi. Fondano la CAPURRO SpA. Mettono su…indovinate cosa?…un SANSIFICIO. Uomo di fiducia e socio dei F.lli Capurro è Raffaele Rampino. E’ cugino di Salvatore Fitto e porta lo stesso nome di battesimo dell’ex-Governatore. I primi tempi, affari a gonfie vele. I Capurro inseriscono l’azienda in un circuito internazionale. Affari persino in Sud America.
1973

Con gli anni, le cose cambiano. I cattivi odori del SANSIFICIO invadono Trepuzzi e Campi Salentina. Nei pressi dell’opificio nasce la zona 167. Le abitazioni si trovano in linea diretta rispetto ai venti che giungono dal SANSIFICIO. Pare addirittura che i balconi siano cosparsi di pulviscolo nerastro. Lo stesso che viene inalato nelle vie respiratorie e che macchia il fazzoletto quando ci si soffia il naso. La gente si mobilita. Nascono i COMITATI NO AL SANSIFICIO. Sit-in, assemblee, scioperi sono all’ordine del giorno.
1986

Non si contano ormai gli infortuni sul lavoro. Si narra che in quell’opificio non esistessero regole né tutele per le maestranze. Un giorno, uno degli 8 capannoni crolla. Un operaio muore. La proprietà intima alle maestranze di tenere la bocca chiusa. Ma ai CC giunge una telefonata anonima. Scatta l’inchiesta. Lo stato di degrado dell’azienda è ormai al culmine.

1986

Intanto, a Lecce nasce la COPERSALENTO SpA (ricordate questo nome). E chi sono i soci azionisti? I F.lli Capurro, Raffaele Rampino ed una consociata di “Sviluppo Italia”. Cambiano nome, assetto societario, capitale sociale ma la ragione sociale, quella no, è la stessa: ciclo della lavorazione dell’olio ed un SANSIFICIO.

1986

La Regione Puglia è guidata da Salvatore Fitto. L’ente regione acquista con denaro pubblico la OL.SA. ( OLEARIA SALENTINA) di proprietà della famiglia Fitto. Ricordate? Quattro anni prima era stata messa in liquidazione. La Regione dà in gestione la OL.SA. all’ERSAP ( Ente Regionale Sviluppo Agricolo Pugliese). L’ERSAP a sua volta la dà in gestione ad un’altra società: la COPERSALENTO SpA! E chi sono gli azionisti? Sempre gli stessi.

1986-1988

Ed il vecchio rudere, l’ormai ex-SANSIFICIO che c’era a Campi Salentina? Cosa farne? Perché non venderlo al Comune di Campi? I muri perimetrali sono pericolanti e gli impianti fatiscenti! Il Sindaco di Campi, Nicola Quarta, ex-Presidente dc della Regione, sottoscrive un atto di vendita con il quale Raffaele Rampino cede il sansificio al Comune. Costo dell’operazione: 6 miliardi di lire. Tanti per le casse di qualsiasi Comune. Interviene la Regione Puglia. Il Presidente, Salvatore Fitto, cugino di primo grado di Raffaele Rampino, si impegna a versare 4 miliardi. Gli altri due li mette il Comune di Campi Salentina. Denaro pubblico.

Esistono 3 delibere al riguardo:
Delibera di Giunta Regionale del 30 maggio 1988 (tre mesi prima della tragica scomparsa del Presidente Fitto) con cui si versano 2 miliardi
Delibera di Giunta Regionale del 28 dicembre 1989 con cui si versano 500 milioni
Delibera di Giunta Regionale del 9 marzo 1990 con cui si versa un miliardo e mezzo.

1993

A Campi subentra una nuova Amministrazione che è costretta ad occuparsi di un ex-SANSIFICIO perché sua proprietà. Effettua ripetuti sopralluoghi. Si cerca di inventariare tutto ciò che è rimasto dell’ex-azienda, ormai di proprietà del Comune. Non resta più nulla. Si sono portati via tutto ciò che c’era dentro. Resta un’area degradata da bonificare. Un’area dove si danno convegno malavitosi e tossicodipendenti. Un rudere. Bonificare? Servono risorse ingenti. La Regione? I soldi li trova solo per le priorità.

2000

Anche la COPERSALENTO inquina massicciamente.
Il Tribunale di Lecce condanna Raffaele Rampino a 5 mesi di carcere, condizionando la sospensione della pena all’adeguamento a norma degli impianti. Macchè!

2002

La magistratura provvede al sequestro preventivo della COPERSALENTO a cui vengono apposti i sigilli. Raffaele Rampino è indagato per diversi reati. In Regione, l’allora Consigliere Losappio (non mi interessa di che partito sia) rivolge un’interrogazione al Governatore Fitto: la COPERSALENTO è munita di Valutazione d’Impatto Ambientale? (Dove ho già sentito queste cose?)

E Raffaele Fitto, che risiede a Maglie, che è Presidente di Regione, che è Commissario straordinario per l’ambiente in Puglia, nulla sapeva di quell’inquinamento? E il Sindaco di Maglie, sen. Chirilli, fedelissimo di Fitto, nulla sapeva? E la AUSL di Maglie?

Cari destroso e mba pepp, mi chiedo perché la signora Leda Dragonetti, madre di Raffaele e moglie di Salvatore, abbia “consigliato”, a suo figlio appena ventenne, di candidarsi alla Regione, dopo la tragica scomparsa di suo marito in quell’incidente stradale.

Ma il bello sta per arrivare…

http://www.glocaleditrice.it/record/dettagli.php?id_elemento=110&i=1&parola_chiave=&data_dal=&data_al=&recensione=&libro=s&ebook=&notizia=

Alberto Piccinni

Luglio 22, 2008

MEDITERRANEO: SQUILIBRI, DISTORSIONI POLITICHE ED EDUCAZIONE ALLA COMPLESSITÀ

Archiviato in: MEDITERRANEO — karnarakna @ 10:38 pm

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MEDITERRANEO: SQUILIBRI, DISTORSIONI POLITICHE ED EDUCAZIONE ALLA COMPLESSITÀ

Nulla (…) è per noi più difficile da concepire della limitazione posta alle velleità intellettuali e della moderazione nell’uso della potenza materiale.

Paul Valéry

Dopo le guerre mondiali le potenze vincitrici proclamavano i principi di autodeterminazione e indipendenza dei popoli ma in realtà erano ostili allo sviluppo e all’emancipazione delle ex colonie sulle quali bisognava preservare il controllo politico, strategico ed economico. Così, oggi come allora, nonostante le dichiarazioni, i governi occidentali danno la priorità alle logiche degli investimenti esteri e dello sfruttamento delle risorse, talvolta stipulando intese oscure con regimi corrotti e autoritari e dimostrando poco interesse per un vero sviluppo democratico mediterraneo.

Con la scomparsa dell’Unione sovietica, gli Usa hanno potuto esercitare un controllo quasi totale sulle forze della globalizzazione. Gli Stati europei non hanno più cercato di contrapporsi esplicitamente alla strategia statunitense, piuttosto, hanno cercato accordi e contrattazioni per accedere a privilegi e profitti. L’unilateralità delle forze economiche diviene così il principale ostacolo dei popoli che rivendicano autonomia ed emancipazione. “L’assistenza umanitaria, il diritto dei popoli, i diritti dell’uomo, i dettati democratici fanno parte della panoplia degli slogan politici che vengono adattati ad ogni congiuntura geopolitica da coloro che gestiscono a proprio profitto le operazioni di globalizzazione”.[1] I diritti di indipendenza e autodeterminazione che durante la guerra fredda crearono l’illusione della prospettiva nazionale oggi si manifestano nella loro impossibilità di contenere le differenze sociali innescando tensioni interne e guerre civili negli Stati che sono transitati dalla fase nazionalista ad una fase di selvaggia e disordinata apertura liberista.

Abbiamo descritto il bacino mediterraneo come una frontiera, e come tale, non è esente da queste distorsioni e deve affrontare un passato e un presente non solo fatti di incontri e intrecci culturali, ma soprattutto di conflitti, muri e lacerazioni. L’area mediterranea è piena di frontiere “visibili o invisibili, ufficiali o informali, frontiere di stati improbabili e artificiali, frontiere etniche frutto di conflitti, conversioni o di insediamenti di popolazioni”.[2]

La prima rottura a cui pensiamo è quella tra la sponda povera del sud e quella del benessere dei paesi europei che producono il 90% del PIL del Mediterraneo pur rappresentando soltanto il 40% della popolazione. Il tasso di disoccupazione dei paesi della riva sud oscilla tra il 10% e il 15% mentre il tasso di crescita demografica sta tra il 2% e il 4% contro la media europea dello 0,3%. Un altro dato rilevante è quello di una crescita economica del 3,2% per il periodo 2001-2004 nonostante circa il 30% della popolazione viva con meno di 2$ al giorno.[3]

Ma, oltre alle differenze economiche, il Mediterraneo, lungi dal sogno del meticciato, si trova al centro di un gioco di strategie e interessi economici spesso nascosti dietro le rivendicazioni identitarie o culturali: dal conflitto israelo-palestinese al Libano e all’Iraq, dalla divisione di Cipro alle frammentazioni identitarie balcaniche, dalle minoranze zingare, armene o curde all’esilio dei rifugiati saharawi.

Nel caso specifico dell’area euro-mediterranea, ciò che abbiamo presentato come “retorica interculturale” è stata usata da enti e istituzioni politiche allo scopo di propagandare la “nuova paideia” interculturale come espresso in numerosi documenti ufficiali che contengono le linee guida di un percorso formativo che coinvolge, anche e soprattutto, la cosiddetta “società civile” (Unesco, Consiglio d’Europa, Commissione Europea, IAIE). Naturalmente ci riferiamo soprattutto al partenariato culturale, sociale e umano promosso dal terzo pilastro della dichiarazione di Barcellona che prevedeva un coinvolgimento di cittadini, ONG, università, amministrazioni locali in un ottica di “promozione della comprensione tra le culture e degli scambi tra le società civili”.

La fine della guerra fredda e il rilancio del processo di affermazione dell’Unione europea attraverso Maastricht lasciano spazio anche ad un nuovo ottimismo riguardo il dialogo Mediterraneo che si concretizza a Barcellona nel 1995 con la partecipazione di 27 paesi (15 per la comunità europea e 12 per l’area mediterranea)[4] e si annuncia come un ambizioso progetto di triplice partenariato nei settori: politico e di sicurezza, economico e finanziario, culturale e sociale. L’accordo si presenta dall’inizio solo come un quadro di riferimento in quanto non è vincolante giuridicamente ma richiede che ogni paese instauri un rapporto bilaterale con l’Ue sulla base della reciprocità e dell’interdipendenza dei settori per cui se uno Stato viola i patti, per esempio in materia di diritti umani, può subire delle limitazioni in termini commerciali.

Quando questi accordi si scontrano con la realtà però, ci accorgiamo che la sicurezza non è intesa in termini sociali ma come visione poliziesca che, attraverso la demonizzazione del concetto di terrorismo, esercita capillari controlli e censure verso le dissidenze sociali interne. La realizzabilità di una ZLS entro il 2010 era ed è una chimera che non prevedeva altro che l’attuazione delle ricette neoliberiste della WB e del FMI, in favore di privatizzazioni e investimenti esteri e in funzione delle delocalizzazioni delle produzioni europee che sfruttano l’assenza dei sindacati e l’evasione fiscale diffusa nei paesi terzi. [5]

L’inanerranza della convinzione che le libertà economiche siano il viatico per le libertà politiche e il libero mercato sia il primo passo per la democrazia, ha portato a considerare i diritti umani solo in ragione alla loro funzionalità rispetto alle priorità economiche e di sicurezza. Succede dunque che l’Ue e gli Usa usano la questione dei diritti umani per valutare l’operato di un paese in termini di apertura commerciale o di rispetto dei dettami economici o che le misure di repressione antiterroristica possano giustificare la sospensione dei diritti per interi territori, popoli o categorie di persone. Questo fenomeno descritto da alcuni come “strumentalizzazione del relativismo culturale” serve a giustificare la limitazione dei diritti che, soprattutto in Nord Africa, viene attuata verso associazioni che si occupano di sociale o di diritti umani e verso le espressioni generali di malcontento.*

Con la connivenza delle istituzioni economiche mondiali e anche dell’Ue, nei paesi partner dell’area maghrebina (ma anche dell’Europa dell’Est) si assiste a una fusione tra le pratiche liberiste imposte dalle ricette occidentali e le pratiche clientelari e di corruzione ampiamente diffuse nei regimi autoritari alimentando fenomeni mafiosi o di potere alternativo.

Pur esercitando una forte ingerenza statale verso le imprese, la Tunisia di Ben Ali è considerata il miglior allievo della World Bank grazie al rispetto delle clausole liberiste, all’alleanza con la Nato e alle politiche di limitazione dell’immigrazione ma in realtà vive già dagli anni ‘90 una fase di repressione e di controllo dei mezzi di comunicazione per cui la stampa, le associazioni, le donne, gli artisti o gli intellettuali subiscono carcere, torture o continue violazioni dei diritti.

Nel caso dell’Algeria, l’Europa e gli Usa non possono che sostenere le politiche antiterroristiche del governo, visto che si tratta del secondo paese al mondo esportatore di gas naturale e che basa la sua economia quasi esclusivamente sullo sfruttamento-esportazione delle risorse (gas e petrolio) destinate all’Europa e soprattutto all’Italia.

Guardare al Mediterraneo non può non significare guardare al suo caos e agli squilibri risultanti da un gioco strategico-militare-economico che lega il petrolio alle armi o ai prestiti e diviene sempre più incontrollabile e pericoloso in conseguenza all’aumento del traffico clandestino e alla diffusione di nuove tecnologie non convenzionali che abbiamo avuto modo di conoscere in Iraq.

Ogni giorno questo mare è attraversato da 300 petroliere che costituiscono il 28% del traffico mondiale.[6] In un’area così strategica, le risorse e il petrolio condizionano i rapporti di potere internazionali tanto che gli interessi delle grandi potenze occidentali si concretizzano attraverso un massiccio dispiegamento militare che, dopo il secondo conflitto mondiale, ha permesso agli Usa di esercitare il controllo dell’area attraverso operazioni di militarizzazione delle zone strategiche in funzione antisovietica e la fornitura di armamenti in cambio di petrolio con i paesi del Medio Oriente. [7]

Nonostante i numerosi trattati internazionali[8] che disciplinano la produzione e l’uso di armi di distruzione di massa, le armi chimiche, biologiche e nucleari ricoprono l’area mediterranea rappresentando un aspetto decisivo nelle tattiche di potere. “Il nuclear sharing ratificato dalla Nato viola il trattato di non proliferazione che vieta il trasferimento e l’affidamento di armi ed esplosivi nucleari a Stati non nucleari”. Oggi in Europa restano 480 bombe nucleari statunitensi collocate in sei paesi della Nato.[9] Inoltre Washington gestisce 702 basi militari in 130 paesi diversi mantenendo all’estero con personale civile e militare superiore alle 500.000 unità. I principali paesi mediterranei interessati sono: Grecia, Marocco, Turchia, Albania, Kosovo, Bosnia Erzegovina, Italia. [10]

In aperta violazione con il trattato di non proliferazione nucleare si trovano anche le posizioni di Francia e Gran Bretagna che conservano gli arsenali della guerra fredda e non hanno mai ottemperato agli obblighi di disarmo imposti dall’articolo IV del trattato, attivando invece programmi di ammodernamento nucleare.[11]

Un discorso specifico va fatto per Israele che, dalla sua creazione, è stato subito dotato di armi nucleari da Usa e Francia e legittimato a non aderire ai trattati internazionali in materia. Da sempre Israele gode di uno speciale regime di prestiti e del sostegno militare ed economico statunitense tanto da dipendere per il 94,4% dagli Usa e permettere alle maggiori industrie militari americane di aprire filiali in Israele beneficiando di agevolazioni fiscali e del segreto bancario assoluto.[12]

Abbiamo toccato il tema dell’auto-istituzione nell’ambito della democrazia, proprio perché si collega bene con quella che Cassano e Zolo ci presentano come l’alternativa mediterranea e cioè la volontà e la forza di rispondere con i fatti alla dipendenza militare ed economica dell’asse Usa-Nato che esercita la sua influenza in aperta contraddizione con i principi della dichiarazione di Barcellona.

Una dipendenza che, insieme all’aspetto militare, come abbiamo visto, riguarda una dettagliata programmazione di controllo economico e sociale esercitato attraverso le logiche di prestito, concessioni, apertura commerciale, sicurezza contro il terrorismo e anche sovvenzionamenti per veicolare le iniziative civili verso gli interessi statunitensi e la legittimazione di tali politiche.

Nel 2004 l’amministrazione Bush elabora un disegno strategico di lotta al terrorismo chiamato Broader Middle East and North Africa Iniziative (BMENA), subito adottato anche dalla Nato. Il piano coinvolge trasversalmente tutti i paesi dell’area e ha l’intenzione di proporre una strategia coordinata di lotta al terrorismo insieme alla promozione dei valori della democrazia, dello sviluppo economico e della giustizia sociale, oltre al “sostegno tecnico e finanziario alle organizzazioni e alle ONG specializzate nella promozione dei diritti umani”. Un piano che permette di controllare tutta l’area che va dalla Mauritania fino al Pakistan attraverso le basi militari mediterranee, l’ausilio dell’enclave israeliana e i finanziamenti ai governi e alla società civile.

A questo progetto ne sono affiancati altri: Middle East Partnership Iniziative (MEPI) concepito per finanziare gli “organi di diplomazia pubblica” e cioè associazioni e mezzi di comunicazione di massa favorevoli agli Usa; Free Trade Agreements e cioè accordi di libero scambio con i paesi mediterranei (Marocco, Giordania, Israele) che prevedono anche l’installazione di “zone industriali qualificate” (QIZ) le cui merci possono liberamente essere esportate negli Stati Uniti (un programma parallelo, in opposizione a quello della Zona di Libero Scambio).

Ciò che emerge, pertanto, ormai a 13 anni da Barcellona, è una oggettiva discrepanza tra le intenzioni espresse in dichiarazioni e sedi ufficiali dai policy makers, la maniera in cui queste vengono o non vengono tradotte in reali politiche e, inoltre, l’ulteriore distanza e distorsione attraverso cui le parole e le iniziative vengono recepite e assorbite dalle masse. Ai propositi di una maggiore conoscenza e fiducia reciproca, sono corrisposti maggiore paura e diffidenza nei confronti dell’Islam in Europa e una maggiore sensazione di repressione sull’altra sponda. L’Unione Europea non è riuscita a definire una personale linea politica tanto che, in campo economico, vengono applicati i principi di Bretton Woods e in campo strategico è sovrastata dalla politica statunitense e della Nato. Oltre all’assenza dalla recente conferenza di Annapolis (destinata comunque a rimanere sulla carta) come se l’aporia della questione palestinese non fosse “il cuore della questione mediterranea”.[13]

Per di più oggi il terzo pilastro di Barcellona viene inteso come un diktat imposto dall’Europa ai suoi partner condizionati ad assimilare forme istituzionali e politiche occidentali.[14] Lo stesso Zolo denuncia l’inefficacia pratica del riferimento alla società civile sottolineando l’assenza stessa della nozione di civil society nella cultura islamica.

Più che il dialogo è stata quindi perpetuata una logica eurocentrica della dipendenza attuata attraverso il principio della condizionalità, una condizionalità unilaterale e selettiva tanto è vero che la clausola non è mai stata applicata a Israele nonostante le continue violazioni dei diritti del popolo palestinese.

L’Europa non può aprirsi all’area mediterranea solo esportando tecnologie o imponendo dettami burocratici, monetari e commerciali, senza cooperare in favore di un dialogo autentico di carattere culturale, economico e di pianificazione strategica comune con i paesi dell’altra sponda che sia un’occasione di crescita e promozione dei diritti e restituisca dignità e voce agli interlocutori.

La doppiezza, però, non risparmia nemmeno i regimi partner musulmani che, se da un lato effettuano concessioni e dichiarazioni in direzione tradizionalista, dall’altro assecondano e accolgono qualsiasi tipo di innovazione consumistica, trend tecnologico o modello alimentare.* “Ne risulta una frattura mentale e pericolosa, un ritardo crescente dei sistemi educativi, un’autocensura paralizzante, un evidente impoverimento della creatività nei diversi settori della vita intellettuale e culturale”.[15]

Il “pathos” con cui è stato promosso il partenariato euro mediterraneo si rivela nella sua funzione di maschera rispetto alle politiche economiche di aggiustamento strutturale che l’Unione europea nel suo asse Parigi-Roma-Madrid propone verso i paesi della riva sud secondo il famoso modello del Fondo Monetario Internazionale. Come afferma Arkoun “In altri termini la cultura comune serve a vendere un progetto di deculturazione accelerata”.[16] Lo stesso termine “Mediterraneo” finisce per essere usato come escamotage ideologico-politico per celare l’asimmetria e la discriminazione postcoloniale fra le due sponde.[17]

In realtà, prima di esportare questo tipo di categorie culturali e politiche dovremmo considerare la profonda differenza che intercorre tra la concezione individualista meramente occidentale dei diritti dell’uomo e la concezione opposta, caratteristica del mondo islamico, per cui il gruppo realizza l’individuo anziché soffocarlo. In realtà il sufismo celebra la santità dell’individuo ma, lungi da richiamare il raggiungimento personale di fini economico-capitalistici come hanno voluto vedere alcune rozze interpretazioni, si riferisce ai valori puritani, di moderazione e semplicità. L’altruismo, la generosità e la responsabilità sociale vanno a costituire un obbligo religioso più che politico agli antipodi con la dimensione laica del concetto occidentale di società civile.[18] Da una parte troviamo un modello basato sulla coincidenza di etica e politica, mentre dall’altra domina un modello individualistico nel quale l’etica tende a coincidere con la concezione giusnaturalista dei diritti naturali dell’individuo.[19]

Si è parlato molto della pericolosità di esportare o adattare le astrazioni della democrazia, della società civile e del diritto naturale a società o soggetti concreti come ad una pratica di imposizione culturale e di penetrazione dal basso attraverso i finanziamenti alle associazioni, ma non si può non vedere come all’interno di queste categorie si siano sviluppati importanti fenomeni di resistenza, lotta sociale e associazionismo civile. Il femminismo islamico o l’attivismo umanitario e per i diritti umani, specie nelle associazioni indipendenti, hanno trovato nella formula della società civile un canale che gli ha permesso di operare e crescere fino a diventare importanti attori sociali e politici e attivi interlocutori transnazionali tramite internet e i blog che danno la possibilità di trascendere da confini, distanze e censure.

La stessa antropologa Fatema Mernissi, attiva nel progetto Carovana civica avviato nel 1997 sostiene che, nonostante la democrazia sia un prodotto importato da New York, nella storia moderna del Marocco ha permesso di aprire un varco che destabilizzasse l’indiscutibilità delle autorità costringendole alla violenza e alla censura.[20]

Oggi hanno particolare peso le iniziative volte alla creazione di reti di associazioni civili finalizzate a denunciare l’influenza statunitense, il progetto BMENA e la mancata resistenza dei governi coinvolti, oltre a criticare la logica del partenariato euro-mediterraneo e la clausola di condizionalità (come in occasione della protesta per il Forum de l’avenir tenutosi nel 2004 in Marocco e che vedeva riuniti i rappresentanti dei paesi del G8 e di 25 Stati arabi).

L’analisi di questo tipo di mobilitazioni ci aiuta a capire che, aldilà di ogni esaltazione enfatica del ruolo della società civile e della trasformazione istituzionale, non si può avere dialogo finché non verrà ripristinata una arena orizzontale di discussione tra i poteri e tra le culture, finché non penseremo al “superamento dell’infeudamento atlantico della politica estera italiana e di quella europea”.[21]

La riflessione sulla democrazia e la società civile coinvolge direttamente una branca dell’area semantica interculturale, la Comunicazione internazionale (International Comunication, INC) che inizialmente si riferiva allo studio delle relazioni internazionali ufficiali tra politici poi è stata estesa allo studio della comunicazione eterofila mediata dagli strumenti di comunicazione di massa tra paesi di culture diverse rilevando le differenze ideologiche, culturali, nel livello di sviluppo economico, nel linguaggio.[22] Questo tipo di studio “riguarda il livello societario anziché quello interpersonale e si occupa di temi quali la direzione dei flussi di informazione, i rischi dell’imperialismo culturale, le conseguenze della diffusione dei satelliti e di internet, il digital divide”.[23]

Possiamo capire come in questo campo diviene fondamentale superare il linguaggio del marketing e della vendita dei progetti per scoprire gli interessi in gioco e cominciare a spingere per riportare il livello comunicativo su un piano paritario attendibile e partecipativo. Troppo spesso i paesi promotori delle campagne comunicative sono diversi da quelli cui le campagne sono indirizzate e ciò pone un problema, non solo di subordinazione alle priorità esterne ma anche di invasione e adeguamento di categorie cognitive e culturali avulse dal contesto socio-culturale cui sono proposte.

Abbiamo analizzato su larghe linee la complessità dell’attualità mediterranea, senza la pretesa di esaustività o di analisi specifica, ma utilizzando soprattutto le informazioni contenute nella raccolta di saggi curata da Cassano e Zolo in funzione del nostro percorso di ricostruzione dei concetti che legano la dimensione mediterranea con l’approccio ai temi dell’intercultura o della cosiddetta educazione allo sviluppo.

Il compito della comunicazione interculturale è proprio quello di cominciare a destabilizzare le apparenze, svelare la vera natura dei conflitti al di là delle strumentalizzazioni o delle semplificazioni effettuate dai media. Spesso i mass media tendono a gonfiare i fenomeni, a decontestualizzare gli eventi e a informare in maniera carsica, superficiale ed episodica, incapace di risalire alle cause di quanto accade.

Introdurre alla complessità è il primo passo per la trasformazione della frontiera conflittuale in uno spazio di crescita e pacificazione. Non ci si può approssimare all’altro indossando delle maschere, perpetuando il gioco dell’inganno e delle parole a cui non corrispondono le azioni.

Sia nell’ambito della comunicazione internazionale e quindi delle verità macroscopiche che richiedono trasparenza, accessibilità e libertà dell’informazione, sia nella sfera interpersonale, l’autenticità è un elemento imprescindibile per l’avviamento di un dialogo democratico basato, come abbiamo visto, su: comunicazione, uguaglianza, dubbio e auto-istituzione.

Nel mondo dell’educazione interculturale risulta di notevole rilevanza spiegare la natura delle ingiustizie e delle ineguaglianze, svelare la complessità degli interessi economici e strategici mondiali, per decostruire, specie nelle scuole, le diffuse convinzioni sul fatalismo della povertà e degli squilibri mondiali. In questo senso si cerca di educare a pensare sempre alle cause strutturali della povertà e delle guerre, affrontando i temi della ricchezza, del potere, dello sfruttamento, degli squilibri distributivi, dei debiti e dei prestiti internazionali, valicando il limite delle giustificazioni ideologiche o contingenti. Questo è un compito molto delicato a causa dei possibili sconfinamenti in ambito delle idee politiche e perché prevede una rivisitazione degli insegnamenti di storia che spesso va a minare molte nozioni presenti in alcuni testi didattici,[24] convinzioni ormai fortemente assimilate o ancora percezioni distorte dalla propaganda mediatica.

Riemerge l’intento di quella che Nietzsche chiamava scuola del sospetto e cioè quello di rimuovere la maschera delle apparenze immediate e di cercare oltre le dichiarazioni di facciata, individuando le motivazioni strutturali che Marx identifica con i meccanismi economici del sistema di produzione e oggi sono sempre più intrecciati con le dinamiche globali di potere, geo-strategia e sfruttamento delle risorse da parte delle multinazionali.[25] Ciò non significa svelare la verità assoluta, come se questa possa risiedere in un luogo, né ripiegare su una contestazione aprioristica e altrettanto unilaterale, anzi, al contrario, serve a considerare aperta la questione, a decentrare la possibilità di analisi, a spingerci oltre e valutare da più punti di vista le questioni internazionali o le decisioni che subiamo.

ALBERTO PICCINNI


[1] M. Arkoun, L’islam, fra tradizione e globalizzazione, in L’inquietudine dell’Islam, a cura di A. Rivera, Dedalo, Bari 2002, p. 70.

[2] S. Latouche, La voce e le vie di un male dilaniato, in L’alternativa mediterranea, cit., p. 115.

[3] M. Centorrino, Sviluppo e integrazione sociale, in La frontiera Mediterranea, cit.

[4]Partecipano e sottoscrivono la dichiarazione finale i ministri degli esteri dei 15 paesi della Comunità europea più quelli di Marocco, Algeria, Tunisia, Malta, Egitto, Giordania, Israele, Libano, Siria, Turchia, Cipro e autorità nazionale palestinese, rappresentata dal suo presidente Yasser Arafat. Restano esclusi dalla conferenza i paesi arabo islamici non rivieraschi (con la sola eccezione della Giordania), oltre a organizzazioni internazionali come la Lega Araba e l’Unione del Maghreb Arabo. Sono presenti paesi molto lontani dal Mediterraneo e dalla sua cultura, come l’Irlanda, la Danimarca, la Svezia e la Finlandia, mentre sono assenti i paesi balcanici e anche la Libia, perché sospettata di essere responsabile di attentati terroristici.” D. Zolo, La questione mediterranea, in L’alternativa mediterranea, Feltrinelli, Bologna 2007, p. 23.

[5] Nel 2004 in Tunisia è stata attuata una riforma del codice del lavoro verso l’adeguamento all’economia di mercato e finalizzata ad attirare maggiori investimenti esteri. La riforma instaura una maggiore flessibilità per il lavoratore attraverso contratti a tempo determinato, orari e remunerazioni fissati in base alle esigenze dell’impresa e alla produttività, desindacalizzazione e licenziamenti più agevoli per i datori.

[6] S. Latouche, La voce e le vie di un male dilaniato, in L’alternativa mediterranea, cit.

[7] “Negli anni ottanta del secolo scorso Iraq, Arabia Saudita, Siria, Libia, Iran, Egitto, Israele hanno assorbito il 35,8% del volume mondiale del traffico di armi.” Per traffico di armi intendiamo “Le transazioni di una vasta gamma di prodotti a uso militare che include, oltre alle grandi piattaforme armate e sistemi d’arma, anche le piccole armi, le munizioni, tutte le artiglierie, le mine, le parti di ricambio, i mezzi di trasporto, le uniformi, i servizi di vario genere (addestramento, manutenzione, assistenza tecnica).” A. Baracca, L’assedio militare del Mediterraneo, in L’alternativa mediterranea, cit., p. 264.

[8] Il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) del 1970, integrato dal Trattato di bando totale dei test nucleare (CTBT) del 1996, la Convenzione contro le armi biologiche (BWC) nel 1972, e la Convenzione contro le armi chimiche (CWC) del 1997.

[9] “Di queste, 90 si trovano in Italia, 50 nella base Nato di Aviano e 40 nella base militare italiana di Ghedi Torre, gestite e quindi da militari italiani e dai tornado dell’aviazione italiana”. A. Baracca, L’assedio militare del Mediterraneo, in L’alternativa mediterranea, cit., p. 277.

[10] Ivi.

[11] Ivi.

[12] Gli Usa “ finanziano simultaneamente Israele e le sue industrie militari mediante prestiti per l’acquisto di armamenti prodotti da queste ultime: tra il 1974 e il 2001 hanno elargito a Tel Aviv $ 40 miliardi di waived loans, cioè di prestiti che si sono trasformati in sovvenzioni mediante una sospensione del rimborso, cui in genere fa seguito la cancellazione del debito”. Ivi., p. 267.

[13] E. Said, La questione palestinese, Gamberetti, Roma 2001.

[14] D. Zolo, La questione mediterranea, cit.

[15] M. Arkoun, L’islam, fra tradizione e globalizzazione, in L’inquietudine dell’Islam, cit., p. 110.

[16] Ivi.

[17] M.Herzfeld, in D. Zolo, La questione mediterranea, cit., p. 20.

[18] Luciano Carrino preferisce usare l’espressione “attori sociali” e ci invita a fare un’autocritica sul come in Europa l’espressione “società civile” sia ambigua e comporti una consequenziale logica di inclusione-esclusione. Per alcuni è “la parte buona della società”, per altri la parte non governativa o ancora l’insieme dei cittadini impegnati nel sociale. “Non è chiaro se chi opera nelle pubbliche amministrazioni, nei governi e nelle strutture pubbliche ne fa parte e in quali casi. Spesso si intende per società civile la parte dei cittadini che fa pressione sui politici o sui governi per ottenere una maggiore attenzione per i diritti, per la giustizia sociale e della qualità della vita.” L. Carrino, Perle e pirati. Critica della cooperazione allo sviluppo e nuovo multilateralismo, Erickson, Trento 2005, pp. 276-277.

[19] A. Persichetti, L’esportazione della democrazia nei paesi del Medio Oriente e del Mediterraneo, in L’alternativa mediterranea, cit., p. 134.

[20] F. Mernissi, Karawan. Dal deserto al web, Giunti, Firenze 2004.

[21] F. Cassano, Il pensiero meridiano, cit., p. XIV.

[22] C. Giaccardi, La comunicazione interculturale, cit.

[23]Un importante settore della comunicazione internazionale e quello della cosiddetta development communication che si occupa dei programmi che utilizzano la comunicazione per promuovere sviluppo (per esempio campagne per la promozione della salute, per l’alfabetizzazione, per il miglioramento delle condizioni di produzione agricola, ecc..)”. Ivi., cit., p. 49.

[24] “Nei libri di testo lo studio del colonialismo in Africa è spesso ridotto ad una mezza pagina, condita da conclusioni affrettate. Non si può concentrare in poche righe e in un giudizio unico, la storia degli ultimi cinque secoli dell’Africa. Si omette che la storia dei rapporti tra l’Africa e l’Europa è fatta di violenza e di un dominio multisecolare che ha lasciato tracce profonde nelle strutture culturali, sociali e politiche”. E. Elamè, Intercultura, ambiente, sviluppo sostenibile, cit., p. 56.

[25]Rispetto a questa idea di svelare il reale, il tema dell’autenticità è essenziale. La critica marxista che penetra la maschera, pone le basi per la realizzazione di un’alternativa sociale in cui uomini e donne verrebbero a riappropriarsi completamente di se stessi in un mondo spogliato dalle false apparenze e dal culto idolatra delle merci”. I. Chambers, Dialoghi di frontiera. Viaggi nella postmodernità, Liguori editore, Napoli 1995, p. 9.

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