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MEDITERRANEO: SQUILIBRI, DISTORSIONI POLITICHE ED EDUCAZIONE ALLA COMPLESSITÀ
Nulla (…) è per noi più difficile da concepire della limitazione posta alle velleità intellettuali e della moderazione nell’uso della potenza materiale.
Paul Valéry
Dopo le guerre mondiali le potenze vincitrici proclamavano i principi di autodeterminazione e indipendenza dei popoli ma in realtà erano ostili allo sviluppo e all’emancipazione delle ex colonie sulle quali bisognava preservare il controllo politico, strategico ed economico. Così, oggi come allora, nonostante le dichiarazioni, i governi occidentali danno la priorità alle logiche degli investimenti esteri e dello sfruttamento delle risorse, talvolta stipulando intese oscure con regimi corrotti e autoritari e dimostrando poco interesse per un vero sviluppo democratico mediterraneo.
Con la scomparsa dell’Unione sovietica, gli Usa hanno potuto esercitare un controllo quasi totale sulle forze della globalizzazione. Gli Stati europei non hanno più cercato di contrapporsi esplicitamente alla strategia statunitense, piuttosto, hanno cercato accordi e contrattazioni per accedere a privilegi e profitti. L’unilateralità delle forze economiche diviene così il principale ostacolo dei popoli che rivendicano autonomia ed emancipazione. “L’assistenza umanitaria, il diritto dei popoli, i diritti dell’uomo, i dettati democratici fanno parte della panoplia degli slogan politici che vengono adattati ad ogni congiuntura geopolitica da coloro che gestiscono a proprio profitto le operazioni di globalizzazione”.[1] I diritti di indipendenza e autodeterminazione che durante la guerra fredda crearono l’illusione della prospettiva nazionale oggi si manifestano nella loro impossibilità di contenere le differenze sociali innescando tensioni interne e guerre civili negli Stati che sono transitati dalla fase nazionalista ad una fase di selvaggia e disordinata apertura liberista.
Abbiamo descritto il bacino mediterraneo come una frontiera, e come tale, non è esente da queste distorsioni e deve affrontare un passato e un presente non solo fatti di incontri e intrecci culturali, ma soprattutto di conflitti, muri e lacerazioni. L’area mediterranea è piena di frontiere “visibili o invisibili, ufficiali o informali, frontiere di stati improbabili e artificiali, frontiere etniche frutto di conflitti, conversioni o di insediamenti di popolazioni”.[2]
La prima rottura a cui pensiamo è quella tra la sponda povera del sud e quella del benessere dei paesi europei che producono il 90% del PIL del Mediterraneo pur rappresentando soltanto il 40% della popolazione. Il tasso di disoccupazione dei paesi della riva sud oscilla tra il 10% e il 15% mentre il tasso di crescita demografica sta tra il 2% e il 4% contro la media europea dello 0,3%. Un altro dato rilevante è quello di una crescita economica del 3,2% per il periodo 2001-2004 nonostante circa il 30% della popolazione viva con meno di 2$ al giorno.[3]
Ma, oltre alle differenze economiche, il Mediterraneo, lungi dal sogno del meticciato, si trova al centro di un gioco di strategie e interessi economici spesso nascosti dietro le rivendicazioni identitarie o culturali: dal conflitto israelo-palestinese al Libano e all’Iraq, dalla divisione di Cipro alle frammentazioni identitarie balcaniche, dalle minoranze zingare, armene o curde all’esilio dei rifugiati saharawi.
Nel caso specifico dell’area euro-mediterranea, ciò che abbiamo presentato come “retorica interculturale” è stata usata da enti e istituzioni politiche allo scopo di propagandare la “nuova paideia” interculturale come espresso in numerosi documenti ufficiali che contengono le linee guida di un percorso formativo che coinvolge, anche e soprattutto, la cosiddetta “società civile” (Unesco, Consiglio d’Europa, Commissione Europea, IAIE). Naturalmente ci riferiamo soprattutto al partenariato culturale, sociale e umano promosso dal terzo pilastro della dichiarazione di Barcellona che prevedeva un coinvolgimento di cittadini, ONG, università, amministrazioni locali in un ottica di “promozione della comprensione tra le culture e degli scambi tra le società civili”.
La fine della guerra fredda e il rilancio del processo di affermazione dell’Unione europea attraverso Maastricht lasciano spazio anche ad un nuovo ottimismo riguardo il dialogo Mediterraneo che si concretizza a Barcellona nel 1995 con la partecipazione di 27 paesi (15 per la comunità europea e 12 per l’area mediterranea)[4] e si annuncia come un ambizioso progetto di triplice partenariato nei settori: politico e di sicurezza, economico e finanziario, culturale e sociale. L’accordo si presenta dall’inizio solo come un quadro di riferimento in quanto non è vincolante giuridicamente ma richiede che ogni paese instauri un rapporto bilaterale con l’Ue sulla base della reciprocità e dell’interdipendenza dei settori per cui se uno Stato viola i patti, per esempio in materia di diritti umani, può subire delle limitazioni in termini commerciali.
Quando questi accordi si scontrano con la realtà però, ci accorgiamo che la sicurezza non è intesa in termini sociali ma come visione poliziesca che, attraverso la demonizzazione del concetto di terrorismo, esercita capillari controlli e censure verso le dissidenze sociali interne. La realizzabilità di una ZLS entro il 2010 era ed è una chimera che non prevedeva altro che l’attuazione delle ricette neoliberiste della WB e del FMI, in favore di privatizzazioni e investimenti esteri e in funzione delle delocalizzazioni delle produzioni europee che sfruttano l’assenza dei sindacati e l’evasione fiscale diffusa nei paesi terzi. [5]
L’inanerranza della convinzione che le libertà economiche siano il viatico per le libertà politiche e il libero mercato sia il primo passo per la democrazia, ha portato a considerare i diritti umani solo in ragione alla loro funzionalità rispetto alle priorità economiche e di sicurezza. Succede dunque che l’Ue e gli Usa usano la questione dei diritti umani per valutare l’operato di un paese in termini di apertura commerciale o di rispetto dei dettami economici o che le misure di repressione antiterroristica possano giustificare la sospensione dei diritti per interi territori, popoli o categorie di persone. Questo fenomeno descritto da alcuni come “strumentalizzazione del relativismo culturale” serve a giustificare la limitazione dei diritti che, soprattutto in Nord Africa, viene attuata verso associazioni che si occupano di sociale o di diritti umani e verso le espressioni generali di malcontento.*
Con la connivenza delle istituzioni economiche mondiali e anche dell’Ue, nei paesi partner dell’area maghrebina (ma anche dell’Europa dell’Est) si assiste a una fusione tra le pratiche liberiste imposte dalle ricette occidentali e le pratiche clientelari e di corruzione ampiamente diffuse nei regimi autoritari alimentando fenomeni mafiosi o di potere alternativo.
Pur esercitando una forte ingerenza statale verso le imprese, la Tunisia di Ben Ali è considerata il miglior allievo della World Bank grazie al rispetto delle clausole liberiste, all’alleanza con la Nato e alle politiche di limitazione dell’immigrazione ma in realtà vive già dagli anni ‘90 una fase di repressione e di controllo dei mezzi di comunicazione per cui la stampa, le associazioni, le donne, gli artisti o gli intellettuali subiscono carcere, torture o continue violazioni dei diritti.
Nel caso dell’Algeria, l’Europa e gli Usa non possono che sostenere le politiche antiterroristiche del governo, visto che si tratta del secondo paese al mondo esportatore di gas naturale e che basa la sua economia quasi esclusivamente sullo sfruttamento-esportazione delle risorse (gas e petrolio) destinate all’Europa e soprattutto all’Italia.
Guardare al Mediterraneo non può non significare guardare al suo caos e agli squilibri risultanti da un gioco strategico-militare-economico che lega il petrolio alle armi o ai prestiti e diviene sempre più incontrollabile e pericoloso in conseguenza all’aumento del traffico clandestino e alla diffusione di nuove tecnologie non convenzionali che abbiamo avuto modo di conoscere in Iraq.
Ogni giorno questo mare è attraversato da 300 petroliere che costituiscono il 28% del traffico mondiale.[6] In un’area così strategica, le risorse e il petrolio condizionano i rapporti di potere internazionali tanto che gli interessi delle grandi potenze occidentali si concretizzano attraverso un massiccio dispiegamento militare che, dopo il secondo conflitto mondiale, ha permesso agli Usa di esercitare il controllo dell’area attraverso operazioni di militarizzazione delle zone strategiche in funzione antisovietica e la fornitura di armamenti in cambio di petrolio con i paesi del Medio Oriente. [7]
Nonostante i numerosi trattati internazionali[8] che disciplinano la produzione e l’uso di armi di distruzione di massa, le armi chimiche, biologiche e nucleari ricoprono l’area mediterranea rappresentando un aspetto decisivo nelle tattiche di potere. “Il nuclear sharing ratificato dalla Nato viola il trattato di non proliferazione che vieta il trasferimento e l’affidamento di armi ed esplosivi nucleari a Stati non nucleari”. Oggi in Europa restano 480 bombe nucleari statunitensi collocate in sei paesi della Nato.[9] Inoltre Washington gestisce 702 basi militari in 130 paesi diversi mantenendo all’estero con personale civile e militare superiore alle 500.000 unità. I principali paesi mediterranei interessati sono: Grecia, Marocco, Turchia, Albania, Kosovo, Bosnia Erzegovina, Italia. [10]
In aperta violazione con il trattato di non proliferazione nucleare si trovano anche le posizioni di Francia e Gran Bretagna che conservano gli arsenali della guerra fredda e non hanno mai ottemperato agli obblighi di disarmo imposti dall’articolo IV del trattato, attivando invece programmi di ammodernamento nucleare.[11]
Un discorso specifico va fatto per Israele che, dalla sua creazione, è stato subito dotato di armi nucleari da Usa e Francia e legittimato a non aderire ai trattati internazionali in materia. Da sempre Israele gode di uno speciale regime di prestiti e del sostegno militare ed economico statunitense tanto da dipendere per il 94,4% dagli Usa e permettere alle maggiori industrie militari americane di aprire filiali in Israele beneficiando di agevolazioni fiscali e del segreto bancario assoluto.[12]
Abbiamo toccato il tema dell’auto-istituzione nell’ambito della democrazia, proprio perché si collega bene con quella che Cassano e Zolo ci presentano come l’alternativa mediterranea e cioè la volontà e la forza di rispondere con i fatti alla dipendenza militare ed economica dell’asse Usa-Nato che esercita la sua influenza in aperta contraddizione con i principi della dichiarazione di Barcellona.
Una dipendenza che, insieme all’aspetto militare, come abbiamo visto, riguarda una dettagliata programmazione di controllo economico e sociale esercitato attraverso le logiche di prestito, concessioni, apertura commerciale, sicurezza contro il terrorismo e anche sovvenzionamenti per veicolare le iniziative civili verso gli interessi statunitensi e la legittimazione di tali politiche.
Nel 2004 l’amministrazione Bush elabora un disegno strategico di lotta al terrorismo chiamato Broader Middle East and North Africa Iniziative (BMENA), subito adottato anche dalla Nato. Il piano coinvolge trasversalmente tutti i paesi dell’area e ha l’intenzione di proporre una strategia coordinata di lotta al terrorismo insieme alla promozione dei valori della democrazia, dello sviluppo economico e della giustizia sociale, oltre al “sostegno tecnico e finanziario alle organizzazioni e alle ONG specializzate nella promozione dei diritti umani”. Un piano che permette di controllare tutta l’area che va dalla Mauritania fino al Pakistan attraverso le basi militari mediterranee, l’ausilio dell’enclave israeliana e i finanziamenti ai governi e alla società civile.
A questo progetto ne sono affiancati altri: Middle East Partnership Iniziative (MEPI) concepito per finanziare gli “organi di diplomazia pubblica” e cioè associazioni e mezzi di comunicazione di massa favorevoli agli Usa; Free Trade Agreements e cioè accordi di libero scambio con i paesi mediterranei (Marocco, Giordania, Israele) che prevedono anche l’installazione di “zone industriali qualificate” (QIZ) le cui merci possono liberamente essere esportate negli Stati Uniti (un programma parallelo, in opposizione a quello della Zona di Libero Scambio).
Ciò che emerge, pertanto, ormai a 13 anni da Barcellona, è una oggettiva discrepanza tra le intenzioni espresse in dichiarazioni e sedi ufficiali dai policy makers, la maniera in cui queste vengono o non vengono tradotte in reali politiche e, inoltre, l’ulteriore distanza e distorsione attraverso cui le parole e le iniziative vengono recepite e assorbite dalle masse. Ai propositi di una maggiore conoscenza e fiducia reciproca, sono corrisposti maggiore paura e diffidenza nei confronti dell’Islam in Europa e una maggiore sensazione di repressione sull’altra sponda. L’Unione Europea non è riuscita a definire una personale linea politica tanto che, in campo economico, vengono applicati i principi di Bretton Woods e in campo strategico è sovrastata dalla politica statunitense e della Nato. Oltre all’assenza dalla recente conferenza di Annapolis (destinata comunque a rimanere sulla carta) come se l’aporia della questione palestinese non fosse “il cuore della questione mediterranea”.[13]
Per di più oggi il terzo pilastro di Barcellona viene inteso come un diktat imposto dall’Europa ai suoi partner condizionati ad assimilare forme istituzionali e politiche occidentali.[14] Lo stesso Zolo denuncia l’inefficacia pratica del riferimento alla società civile sottolineando l’assenza stessa della nozione di civil society nella cultura islamica.
Più che il dialogo è stata quindi perpetuata una logica eurocentrica della dipendenza attuata attraverso il principio della condizionalità, una condizionalità unilaterale e selettiva tanto è vero che la clausola non è mai stata applicata a Israele nonostante le continue violazioni dei diritti del popolo palestinese.
L’Europa non può aprirsi all’area mediterranea solo esportando tecnologie o imponendo dettami burocratici, monetari e commerciali, senza cooperare in favore di un dialogo autentico di carattere culturale, economico e di pianificazione strategica comune con i paesi dell’altra sponda che sia un’occasione di crescita e promozione dei diritti e restituisca dignità e voce agli interlocutori.
La doppiezza, però, non risparmia nemmeno i regimi partner musulmani che, se da un lato effettuano concessioni e dichiarazioni in direzione tradizionalista, dall’altro assecondano e accolgono qualsiasi tipo di innovazione consumistica, trend tecnologico o modello alimentare.* “Ne risulta una frattura mentale e pericolosa, un ritardo crescente dei sistemi educativi, un’autocensura paralizzante, un evidente impoverimento della creatività nei diversi settori della vita intellettuale e culturale”.[15]
Il “pathos” con cui è stato promosso il partenariato euro mediterraneo si rivela nella sua funzione di maschera rispetto alle politiche economiche di aggiustamento strutturale che l’Unione europea nel suo asse Parigi-Roma-Madrid propone verso i paesi della riva sud secondo il famoso modello del Fondo Monetario Internazionale. Come afferma Arkoun “In altri termini la cultura comune serve a vendere un progetto di deculturazione accelerata”.[16] Lo stesso termine “Mediterraneo” finisce per essere usato come escamotage ideologico-politico per celare l’asimmetria e la discriminazione postcoloniale fra le due sponde.[17]
In realtà, prima di esportare questo tipo di categorie culturali e politiche dovremmo considerare la profonda differenza che intercorre tra la concezione individualista meramente occidentale dei diritti dell’uomo e la concezione opposta, caratteristica del mondo islamico, per cui il gruppo realizza l’individuo anziché soffocarlo. In realtà il sufismo celebra la santità dell’individuo ma, lungi da richiamare il raggiungimento personale di fini economico-capitalistici come hanno voluto vedere alcune rozze interpretazioni, si riferisce ai valori puritani, di moderazione e semplicità. L’altruismo, la generosità e la responsabilità sociale vanno a costituire un obbligo religioso più che politico agli antipodi con la dimensione laica del concetto occidentale di società civile.[18] Da una parte troviamo un modello basato sulla coincidenza di etica e politica, mentre dall’altra domina un modello individualistico nel quale l’etica tende a coincidere con la concezione giusnaturalista dei diritti naturali dell’individuo.[19]
Si è parlato molto della pericolosità di esportare o adattare le astrazioni della democrazia, della società civile e del diritto naturale a società o soggetti concreti come ad una pratica di imposizione culturale e di penetrazione dal basso attraverso i finanziamenti alle associazioni, ma non si può non vedere come all’interno di queste categorie si siano sviluppati importanti fenomeni di resistenza, lotta sociale e associazionismo civile. Il femminismo islamico o l’attivismo umanitario e per i diritti umani, specie nelle associazioni indipendenti, hanno trovato nella formula della società civile un canale che gli ha permesso di operare e crescere fino a diventare importanti attori sociali e politici e attivi interlocutori transnazionali tramite internet e i blog che danno la possibilità di trascendere da confini, distanze e censure.
La stessa antropologa Fatema Mernissi, attiva nel progetto Carovana civica avviato nel 1997 sostiene che, nonostante la democrazia sia un prodotto importato da New York, nella storia moderna del Marocco ha permesso di aprire un varco che destabilizzasse l’indiscutibilità delle autorità costringendole alla violenza e alla censura.[20]
Oggi hanno particolare peso le iniziative volte alla creazione di reti di associazioni civili finalizzate a denunciare l’influenza statunitense, il progetto BMENA e la mancata resistenza dei governi coinvolti, oltre a criticare la logica del partenariato euro-mediterraneo e la clausola di condizionalità (come in occasione della protesta per il Forum de l’avenir tenutosi nel 2004 in Marocco e che vedeva riuniti i rappresentanti dei paesi del G8 e di 25 Stati arabi).
L’analisi di questo tipo di mobilitazioni ci aiuta a capire che, aldilà di ogni esaltazione enfatica del ruolo della società civile e della trasformazione istituzionale, non si può avere dialogo finché non verrà ripristinata una arena orizzontale di discussione tra i poteri e tra le culture, finché non penseremo al “superamento dell’infeudamento atlantico della politica estera italiana e di quella europea”.[21]
La riflessione sulla democrazia e la società civile coinvolge direttamente una branca dell’area semantica interculturale, la Comunicazione internazionale (International Comunication, INC) che inizialmente si riferiva allo studio delle relazioni internazionali ufficiali tra politici poi è stata estesa allo studio della comunicazione eterofila mediata dagli strumenti di comunicazione di massa tra paesi di culture diverse rilevando le differenze ideologiche, culturali, nel livello di sviluppo economico, nel linguaggio.[22] Questo tipo di studio “riguarda il livello societario anziché quello interpersonale e si occupa di temi quali la direzione dei flussi di informazione, i rischi dell’imperialismo culturale, le conseguenze della diffusione dei satelliti e di internet, il digital divide”.[23]
Possiamo capire come in questo campo diviene fondamentale superare il linguaggio del marketing e della vendita dei progetti per scoprire gli interessi in gioco e cominciare a spingere per riportare il livello comunicativo su un piano paritario attendibile e partecipativo. Troppo spesso i paesi promotori delle campagne comunicative sono diversi da quelli cui le campagne sono indirizzate e ciò pone un problema, non solo di subordinazione alle priorità esterne ma anche di invasione e adeguamento di categorie cognitive e culturali avulse dal contesto socio-culturale cui sono proposte.
Abbiamo analizzato su larghe linee la complessità dell’attualità mediterranea, senza la pretesa di esaustività o di analisi specifica, ma utilizzando soprattutto le informazioni contenute nella raccolta di saggi curata da Cassano e Zolo in funzione del nostro percorso di ricostruzione dei concetti che legano la dimensione mediterranea con l’approccio ai temi dell’intercultura o della cosiddetta educazione allo sviluppo.
Il compito della comunicazione interculturale è proprio quello di cominciare a destabilizzare le apparenze, svelare la vera natura dei conflitti al di là delle strumentalizzazioni o delle semplificazioni effettuate dai media. Spesso i mass media tendono a gonfiare i fenomeni, a decontestualizzare gli eventi e a informare in maniera carsica, superficiale ed episodica, incapace di risalire alle cause di quanto accade.
Introdurre alla complessità è il primo passo per la trasformazione della frontiera conflittuale in uno spazio di crescita e pacificazione. Non ci si può approssimare all’altro indossando delle maschere, perpetuando il gioco dell’inganno e delle parole a cui non corrispondono le azioni.
Sia nell’ambito della comunicazione internazionale e quindi delle verità macroscopiche che richiedono trasparenza, accessibilità e libertà dell’informazione, sia nella sfera interpersonale, l’autenticità è un elemento imprescindibile per l’avviamento di un dialogo democratico basato, come abbiamo visto, su: comunicazione, uguaglianza, dubbio e auto-istituzione.
Nel mondo dell’educazione interculturale risulta di notevole rilevanza spiegare la natura delle ingiustizie e delle ineguaglianze, svelare la complessità degli interessi economici e strategici mondiali, per decostruire, specie nelle scuole, le diffuse convinzioni sul fatalismo della povertà e degli squilibri mondiali. In questo senso si cerca di educare a pensare sempre alle cause strutturali della povertà e delle guerre, affrontando i temi della ricchezza, del potere, dello sfruttamento, degli squilibri distributivi, dei debiti e dei prestiti internazionali, valicando il limite delle giustificazioni ideologiche o contingenti. Questo è un compito molto delicato a causa dei possibili sconfinamenti in ambito delle idee politiche e perché prevede una rivisitazione degli insegnamenti di storia che spesso va a minare molte nozioni presenti in alcuni testi didattici,[24] convinzioni ormai fortemente assimilate o ancora percezioni distorte dalla propaganda mediatica.
Riemerge l’intento di quella che Nietzsche chiamava scuola del sospetto e cioè quello di rimuovere la maschera delle apparenze immediate e di cercare oltre le dichiarazioni di facciata, individuando le motivazioni strutturali che Marx identifica con i meccanismi economici del sistema di produzione e oggi sono sempre più intrecciati con le dinamiche globali di potere, geo-strategia e sfruttamento delle risorse da parte delle multinazionali.[25] Ciò non significa svelare la verità assoluta, come se questa possa risiedere in un luogo, né ripiegare su una contestazione aprioristica e altrettanto unilaterale, anzi, al contrario, serve a considerare aperta la questione, a decentrare la possibilità di analisi, a spingerci oltre e valutare da più punti di vista le questioni internazionali o le decisioni che subiamo.
ALBERTO PICCINNI
[1] M. Arkoun, L’islam, fra tradizione e globalizzazione, in L’inquietudine dell’Islam, a cura di A. Rivera, Dedalo, Bari 2002, p. 70.
[2] S. Latouche, La voce e le vie di un male dilaniato, in L’alternativa mediterranea, cit., p. 115.
[3] M. Centorrino, Sviluppo e integrazione sociale, in La frontiera Mediterranea, cit.
[4] “Partecipano e sottoscrivono la dichiarazione finale i ministri degli esteri dei 15 paesi della Comunità europea più quelli di Marocco, Algeria, Tunisia, Malta, Egitto, Giordania, Israele, Libano, Siria, Turchia, Cipro e autorità nazionale palestinese, rappresentata dal suo presidente Yasser Arafat. Restano esclusi dalla conferenza i paesi arabo islamici non rivieraschi (con la sola eccezione della Giordania), oltre a organizzazioni internazionali come la Lega Araba e l’Unione del Maghreb Arabo. Sono presenti paesi molto lontani dal Mediterraneo e dalla sua cultura, come l’Irlanda, la Danimarca, la Svezia e la Finlandia, mentre sono assenti i paesi balcanici e anche la Libia, perché sospettata di essere responsabile di attentati terroristici.” D. Zolo, La questione mediterranea, in L’alternativa mediterranea, Feltrinelli, Bologna 2007, p. 23.
[5] Nel 2004 in Tunisia è stata attuata una riforma del codice del lavoro verso l’adeguamento all’economia di mercato e finalizzata ad attirare maggiori investimenti esteri. La riforma instaura una maggiore flessibilità per il lavoratore attraverso contratti a tempo determinato, orari e remunerazioni fissati in base alle esigenze dell’impresa e alla produttività, desindacalizzazione e licenziamenti più agevoli per i datori.
[6] S. Latouche, La voce e le vie di un male dilaniato, in L’alternativa mediterranea, cit.
[7] “Negli anni ottanta del secolo scorso Iraq, Arabia Saudita, Siria, Libia, Iran, Egitto, Israele hanno assorbito il 35,8% del volume mondiale del traffico di armi.” Per traffico di armi intendiamo “Le transazioni di una vasta gamma di prodotti a uso militare che include, oltre alle grandi piattaforme armate e sistemi d’arma, anche le piccole armi, le munizioni, tutte le artiglierie, le mine, le parti di ricambio, i mezzi di trasporto, le uniformi, i servizi di vario genere (addestramento, manutenzione, assistenza tecnica).” A. Baracca, L’assedio militare del Mediterraneo, in L’alternativa mediterranea, cit., p. 264.
[8] Il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) del 1970, integrato dal Trattato di bando totale dei test nucleare (CTBT) del 1996, la Convenzione contro le armi biologiche (BWC) nel 1972, e la Convenzione contro le armi chimiche (CWC) del 1997.
[9] “Di queste, 90 si trovano in Italia, 50 nella base Nato di Aviano e 40 nella base militare italiana di Ghedi Torre, gestite e quindi da militari italiani e dai tornado dell’aviazione italiana”. A. Baracca, L’assedio militare del Mediterraneo, in L’alternativa mediterranea, cit., p. 277.
[12] Gli Usa “ finanziano simultaneamente Israele e le sue industrie militari mediante prestiti per l’acquisto di armamenti prodotti da queste ultime: tra il 1974 e il 2001 hanno elargito a Tel Aviv $ 40 miliardi di waived loans, cioè di prestiti che si sono trasformati in sovvenzioni mediante una sospensione del rimborso, cui in genere fa seguito la cancellazione del debito”. Ivi., p. 267.
[13] E. Said, La questione palestinese, Gamberetti, Roma 2001.
[14] D. Zolo, La questione mediterranea, cit.
[15] M. Arkoun, L’islam, fra tradizione e globalizzazione, in L’inquietudine dell’Islam, cit., p. 110.
[17] M.Herzfeld, in D. Zolo, La questione mediterranea, cit., p. 20.
[18] Luciano Carrino preferisce usare l’espressione “attori sociali” e ci invita a fare un’autocritica sul come in Europa l’espressione “società civile” sia ambigua e comporti una consequenziale logica di inclusione-esclusione. Per alcuni è “la parte buona della società”, per altri la parte non governativa o ancora l’insieme dei cittadini impegnati nel sociale. “Non è chiaro se chi opera nelle pubbliche amministrazioni, nei governi e nelle strutture pubbliche ne fa parte e in quali casi. Spesso si intende per società civile la parte dei cittadini che fa pressione sui politici o sui governi per ottenere una maggiore attenzione per i diritti, per la giustizia sociale e della qualità della vita.” L. Carrino, Perle e pirati. Critica della cooperazione allo sviluppo e nuovo multilateralismo, Erickson, Trento 2005, pp. 276-277.
[19] A. Persichetti, L’esportazione della democrazia nei paesi del Medio Oriente e del Mediterraneo, in L’alternativa mediterranea, cit., p. 134.
[20] F. Mernissi, Karawan. Dal deserto al web, Giunti, Firenze 2004.
[21] F. Cassano, Il pensiero meridiano, cit., p. XIV.
[22] C. Giaccardi, La comunicazione interculturale, cit.
[23] “Un importante settore della comunicazione internazionale e quello della cosiddetta development communication che si occupa dei programmi che utilizzano la comunicazione per promuovere sviluppo (per esempio campagne per la promozione della salute, per l’alfabetizzazione, per il miglioramento delle condizioni di produzione agricola, ecc..)”. Ivi., cit., p. 49.
[24] “Nei libri di testo lo studio del colonialismo in Africa è spesso ridotto ad una mezza pagina, condita da conclusioni affrettate. Non si può concentrare in poche righe e in un giudizio unico, la storia degli ultimi cinque secoli dell’Africa. Si omette che la storia dei rapporti tra l’Africa e l’Europa è fatta di violenza e di un dominio multisecolare che ha lasciato tracce profonde nelle strutture culturali, sociali e politiche”. E. Elamè, Intercultura, ambiente, sviluppo sostenibile, cit., p. 56.
[25] “Rispetto a questa idea di svelare il reale, il tema dell’autenticità è essenziale. La critica marxista che penetra la maschera, pone le basi per la realizzazione di un’alternativa sociale in cui uomini e donne verrebbero a riappropriarsi completamente di se stessi in un mondo spogliato dalle false apparenze e dal culto idolatra delle merci”. I. Chambers, Dialoghi di frontiera. Viaggi nella postmodernità, Liguori editore, Napoli 1995, p. 9.