Immaginate un formicaio, con le sue regole interne, le sue gerarchie, le sue piccole eppur dolorose diseguaglianze. Questo formicaio si è formato con il tempo, proprio sotto ad un muretto a secco, e quel muretto a secco rappresenta per le formiche del formicaio il mondo, la natura, l’orizzonte ultimo oltre il quale niente può esistere, e se qualcosa esiste poco importa, le formiche non lo sanno. Una sera una volpe in cerca di galline urta una pietra pericolante che precipita proprio sulla bocca del formicaio, dove sono in atto grandi opere: oltre all’innumerevole quantità di morti e feriti, il formicaio è irrimediabilmente tappato. E le formiche, che niente avrebbero potuto fare per salvarsi, attribuiscono questa sciagura ad un fattore esterno, naturale, straordinario. Ad una abominevole dannazione. La crisi per tutti quelli che riversano fiumi di inchiostro sui giornali è proprio questo, un fattore straordinario, da ricercare tra pochi colpevoli esterni alla società, un masso precipitato addosso quando le cose in fondo andavano bene. Si predica la solidarietà nazionale, la concordia fra le classi, già si fanno avanti i predicatori, non importa se in tonaca o in camicia, che tanto il colore resta quello, il nero. Ma le cose non stanno così, la crisi è qualcosa che esiste dentro al formicaio, da cui traggono vantaggio alcune, poche, formiche, a discapito delle altre, che finiscono in fondo, nelle viscere della terra. Cosa è successo? Ma andiamo con ordine.
La crisi è esplosa ufficialmente quando, in estate, alcune banche sono crollate perchè avevano investito su dei titoli spazzatura, i cosiddetti CDO (Collateralized Debt Obligations), prodotti finanziari derivati. Le banche per comprare titoli come questo hanno speso più capitale di quello che avevano immobilizzato in banca o in altro modo, cosicchè quando ci si è accorti che questi titoli erano carta straccia, tutto i soldi investiti sono scomparsi, distrutti e polverizzati. Il motivo per cui questi titoli hanno perso valore è semplice, ma richiede alcuni passaggi in più. Questi titoli sono chiamati derivati perchè derivano dai mutui che i consumatori americani aprono per finanziare l’acquisto di una casa, in particolare dai mutui subprime, mutui concessi a persone con una situazione economica a rischio, con tassi di interesse particolarmente alti: una perdita improvvisa del posto di lavoro, un bisogno inaspettato di denaro possono mettere facilmente a rischio il pagamento del debito contratto. Questo ci introduce alla prima lezione della crisi: l’unica fonte del valore economico è il lavoro. Il lavoro produce beni e servizi reali, e il denaro vale soltanto perché simbolizza i prodotti del lavoro: 10 euro valgono per me solo perché con quella banconota posso acquistare merci e servizi reali che soddisfano i miei bisogni, e quei 10 euro li ho ricevuti in pagamento come salario solo perché ho venduto una merce reale (la mia forza lavoro) al capitalista. Per il capitalista un milione di euro vale perché può essere investito in macchinari, strutture e salari. Il valore del denaro è legato a doppio filo al prodotto reale, sia per il lavoratore che per il capitalista. I mercati finanziari non possono alterare questa legge economica, che è piuttosto la base del loro funzionamento. Infatti i mercati finanziari non producono valore economico ma solo carta. Perciò ogni titolo ha un corrispettivo nell’economia reale. I CDO derivano dal reddito che i lavoratori americani devono consegnare alla banca per pagare il debito con gli interessi contratti. Quello che ha fatto esplodere il meccanismo è stato il mancato pagamento da parte dei consumatori americani delle rate dei mutui, che ha creato una reazione a catena facendo perdere valore ai titoli ed alle case nello stesso momento. Chi aveva una casa che valeva 100 ora ha una casa che vale 80 ed ha perso il 20 % del valore investito, chi aveva dei titoli ha perso il 30% del valore investito. Le banche sono state salvate dallo Stato invocato a gran voce dagli stessi che un mese prima lo ammonivano a non intervenire negli affari del mercato. L’origine dello smottamento è stata l’insolvenza dei debitori americani, dunque dobbiamo indagare sul perché costoro hanno raggiunto condizioni economiche così precarie da abbandonare il pagamento del mutuo per la casa, un bene fondamentale per le loro vite. Il formicaio aveva già dei seri danni strutturali ed è bastata questa piccola scossa a decretare la frana. Qual è l’origine della frana?
Introduciamo dunque la seconda lezione della crisi: la nostra economia funziona secondo una legge fondamentale, cioè quella del profitto. Un’impresa investe dei soldi presi a prestito dalle banche nella produzione in base al profitto atteso: quando il profitto è alto si investe di più e l’economia cresce. Se invece il profitto è basso si investe di meno, si chiudono alcuni comparti che non rendono e si investe dove è più vantaggioso, dove esiste una possibilità di rendimento, oppure si rischia e si investe il capitale nel mercato finanziario attraverso le banche, capitale che verrà reinvestito da qualche altra parte, perchè è destino ineluttabile del capitale quello di dover rendere, è nella sua intrinseca natura. Il capitalismo va avanti in questo modo, come un miope che disperato brancola da uno scoglio ad un altro, ma inevitabilmente verso il baratro. Nel 1973 l’economia degli Usa e di molti paesi europei ha subito una flessione. Cioè i tassi di crescita fino ad allora registrati hanno iniziato a decrescere per la prima volta dalla seconda guerra mondiale. Da allora l’economia ha continuato a crescere, ma ad un tasso sempre più basso, ed il 2009 sarà inevitabilmente un anno di recessione, cioè di contrazione dell’economia, tanto da far dichiarare al governo tedesco un tasso di crescita atteso del -3%. La crisi del capitalismo è dunque una realtà che esiste da almeno trent’anni e che trova il suo perchè nella caduta tendenziale del saggio di profitto spiegata da Marx un secolo e mezzo fa. I capitali trovano difficoltà ad essere investiti perchè non è accettabile il saggio di profitto atteso. La risposta a questa crisi è stata anche la causa del suo aggravarsi: negli USA Reagan ed in Gran Bretagna la Tatcher hanno abbattuto le precedenti economie miste ed hanno aperto l’era del neoliberismo. Essa è sintetizzabile in poche parole: privatizzazione, finanziarizzazione, attacco al salario e keynesismo di guerra.
La privatizzazione dell’economia è lo smantellamento dell’offerta pubblica di beni e servizi, sintetizzabile nel fatto che alcune aziende pubbliche vengano svendute ai privati. Queste aziende, che operano soprattutto nel campo dei servizi, accolgono i capitali che fuggono dalla concorrenza e agiscono quindi in regime di monopolio naturale, cercando di salvare in questo modo i profitti. I servizi pubblici, una volta pubblici, sono privatizzati e gestiti in nome del profitto e non dell’accesso libero e della gratuità del servizio stesso.
La finanziarizzazione è la possibilità di scommettere sul mercato finanziario con più libertà, ad esempio anche sui mutui o sulle partite di calcio, mentre prima ciò non era possibile. Inoltre i capitali si muovono molto più liberamente da un paese all’altro e prolificano quindi i paradisi fiscali. Cresce a dismisura l’economia fittizia, virtuale, cioè quella che si basa sulla speculazione pura, sullo scommettere denaro in borsa, cosicchè questa economia non produce valore, come abbiamo già visto, ma finchè tutti hanno fiducia, si regge sui debiti contratti per poter giocare, e se non si sa dove investire il capitale si può giocare e scommettere al rialzo. Finchè non accade che una crisi di insolvenza come quella dei mutui fa crollare il valore di alcuni titoli, gli investitori presi dal panico cominciano a vendere i titoli al ribasso facendo perdere loro valore, alcune banche crollano seminando sfiducia finchè non rimane che un cumulo di macerie dove prima erano stati investiti capitali enormi.
L’attacco al salario è stato ininterrotto, e passa dallo smantellamento dei servizi sociali, dalla desindacalizzazione di grandi fasce di lavoratori, da accordi firmati al ribasso dai maggiori sindacati (nel nostro caso Cgil, Cisl e Uil), dalla delocalizzazione produttiva (come nel caso di numerose aziende manifatturiere salentine), dallo sfruttamento di manodopera internazionale, i migranti, con scarso potere contrattuale. La xenofobia dei partiti neofascisti o localisti è strumentale dunque ad un abbassamento costante del salario sia degli immigrati o degli sfruttati di ogniddove, sia dei lavoratori del primo mondo. Un esempio italiano è l’attacco diretto al salario differito, la pensione, colpito prima dalle riforme “tecniche” degli anni ‘90, poi dai vari Governi di centro destra e di centro sinistra (con l’avallo dei sindacati confederali), infine dalla truffa del TFR affidato attraverso i fondi pensione ai pericolosi giochi di borsa tra capitalisti, che ha causato il ridursi della liquidazione di molti lavoratori coinvolti.
Il keynesismo di guerra è la capacità di stimolare la domanda di prodotti militari con la spesa pubblica, tramite l’interventismo militare stesso. Il blocco militar-industriale dell’economia assume quindi un’importanza strutturale sia nel sistema economico (l’economia di uno stato perennemente in guerra come Israele è costituita per il 25% dal settore militare), sia nello Stato. Balcani, Afghanistan e Medio Oriente sono un affare per molti.
Come appare chiaro da queste brevi definizioni l’origine della crisi ha cause profonde. I licenziamenti di massa degli anni ‘80, gli attacchi all’istruzione pubblica, alla sanità, alla previdenza ed alla assistenza cui assistiamo ormai da 26 anni in Italia, sebbene di volta in volta giustificati come risposta all’invecchiamento della popolazione o agli sprechi dell’amministrazione, rispondono in realtà alla medesima logica di compressione del salario diretto o indiretto (i servizi sociali), valore destinato all’accumulazione di capitale, ma anche alla speculazione edilizia e finanziaria. Secondo il quotidiano “Repubblica”, in un articolo pubblicato nel Maggio 2008, dagli anni ‘80 ad oggi i lavoratori in Italia hanno perso a danno dei profitti dei padroni circa l’8% del PIL (120 miliardi), e cifre analoghe si riscontrano negli altri paesi a capitalismo avanzato. Appare dunque chiaro come questo processo comune abbia prodotto l’impoverimento delle classi medie, nonché del proletariato industriale, ed abbia parallelamente generato una enorme bolla finanziaria.
Semplice e chiara, la terza lezione della crisi è: la crisi dell’economia reale ha generato la crisi finanziaria, e non il contrario. Coloro che predicano “il ritorno all’economia reale” si comportano come il toro che a testa bassa insegue il drappo rosso, incurante delle proprie ferite. Viviamo in economie di servizi che importano prodotti a basso costo dalle economie industriali emergenti. Perchè le nostre banche siano nuovamente in grado di offrire investimenti hanno bisogno di capitale. Ma le economie ricche di capitale sono quelle esportatrici di prodotti di largo consumo, come la Cina, l’India o altri dragoni asiatici e quelle esportatrici di materie prime, come la Russia, i paesi dell’OPEC ed il Brasile. Nella visione della borghesia euroamericana l’unico modo per conservare a proprio favore i rapporti di forza internazionali in queste condizioni di dipendenza si chiama guerra di rapina, sostenuta a livelli più distruttivi di quelli visti durante il conflitto Iracheno. La crisi strutturale del capitalismo qui descritta, per molti di noi esiste già da tempo, si chiama disoccupazione, perdita di potere d’acquisto, aumento dell’età pensionabile, aumento dei ritmi, precarietà, part-time, dequalificazione del sapere, perdita dei diritti sociali, repressione, guerra. Nei prossimi numeri descriveremo la crisi materiale del capitalismo, profondamente intrecciata con quella strutturale, rappresentata dall’inquinamento, dal lento deperimento delle risorse petrolifere, dall’urbanizzazione vorticosa che si realizza in Cina, tutti fattori che determinano una inflazione costante a livello mondiale. Nonostante la dualità della crisi, il compito di superare questo modo di produzione della ricchezza e questo modello di sviluppo non può che ricadere ancora una volta sulla classe operaia, come già stato per la Resistenza antifascista e per la Repubblica fondata sul lavoro. Se tale risposta tarderà a venire, è enorme il pericolo di regressione sociale e morale che ci attende. La vostra crisi non continueremo a pagarla!!!!
Lorenzo Alba
tratto da “La Rosa Rossa”, periodico salentino