Lu stozzu de carta

Novembre 6, 2009

4 Novembre

Il 17 settembre di quest’anno, mentre ero a lavoro ad incollare piastrelle, la radio comunicava che sei ragazzi erano morti in un attentato kamikaze a Kabul. Mi fermai un istante a riflettere con una grande voglia di scrivere una lettera al mondo, perché avevo bisogno di bloccare quell’istante  di ragione che mi era venuto a pensarci.

Il 17 settembre a sera, quando io avrei finito la mia giornata, probabilmente avrei scritto qualcosa. Pensavo a quanti volti e nomi di giovani spariscono nel buio della normalità, a quanti esseri viventi simili a me, capaci di incollare piastrelle e di fare tante altre cose, capaci di pensare, di progettare quello che fanno, in grado di muoversi al solo pensiero, di autorigenerarsi il proprio corpo giorno dopo giorno, che abitano come per magia su un pianeta che vaga da sempre nell’immenso universo, praticamente a questi miracoli dell’esistente unici ed irripetibili che si uccidono tra di loro.

Militari, kamikaze, civili, bambini, cosa c’è realmente dietro tutto questo? Di politica non è che me ne intendo un gran che, ma vivo anch’io su questo pianeta e ragiono con ciò che vedo. Quale inganno aveva portato quel giorno quegli esseri umani li a morire ammazzati?

Vivo in un piccolo paese del sud Italia, tra i miei coetanei tanti si sono arruolati nelle forze dell’ordine; per scelta? No! Giustamente perché non c’è lavoro, nessuno è fesso ad andare a farsi ammazzare da qualche criminale o dal nemico! Qualcuno parte in missione in qualche inferno terrestre dove io non ci passerei neanche a 2000 chilometri di distanza, mi dicono che fanno a gara, forse serve anche la raccomandazione per andarci perché là si guadagna bene ed una volta tornati uno si compra la macchina nuova, la moto, la casa ecc… la cosa assurda che proprio mi lima le cervella è: che razza di compromesso è in grado di accettare l’essere umano! Andare a rischiare la pelle in un posto dove  sai che volano bossoli schegge di bomba e tant’altro!

Di chi è la colpa in queste sventure?

Forse ad una certa età uno vuole trovare il modo per stare meglio perché avverte (specie di questi tempi) un forte disagio esistenziale, e pensa che comprandosi dei buoni capi d’abbigliamento, una macchina spaziale e superlucida, magari una moto di grossa cilindrata con la quale correre a trecento e se non sbatti in faccia a qualche parete poi torni al branco e dirai che vali, o l’ultimo telefonino con il quale ti puoi mettere in contatto coi marziani se mai qualcuno passasse per questi venti, praticamente che avendo tutto questo sei apposto, al sicuro, non stai sbagliando niente! È per questi pensieri (che ormai la costante pubblicità  intromessa in ogni millesimo della nostra genetica è riuscita a conquistarci) che secondo me uno si convince di rischiare tutto per tutto.

Poi c’è lo Stato con le sue propagande in TV, con questi marpioni holliwoodiani che in un sorriso 100 denti ti fanno capire: -fai come noi qui hai futuro!- poi ci vai e sei tu, proprio tu a morire! perchè? Era così importante l’alfa 156? Dove cazzo devi andare di così importante con  quel missile? O la moto, era così importante essere vestito ogni giorno in modo diverso con capi che ti costano la pelle? Valeva davvero con questo modo attrarre qualche gallina che ti avrebbe dato tutto l’amore del mondo in cambio del tuo volante e la tua carta di credito, ed il letto stile harem nella tua casa 300mtq con cinquant’anni di mutuo, dove i tuoi bambini potranno dormire ogni giorno in una stanza diversa, per non farli guardare sempre lo stesso soffitto?

Tutta colpa del consumismo, maledetta bestia! Penso che alla base ci sia questo, se no perché uno rinuncia ad un futuro da umile falegname per andare in guerra? o per diventare spacciatore di roba che s’inietteranno i tuoi coetanei ai quali vuole tanto bene? O essere un tiranno visto che a soli venticinque anni è riuscito a liberarsi dei padroni e delle loro violenze alla dignità, che ora vuole scaricare ai suoi dieci operai? Ma poi la prostituzione, la mmunnezza, ormai non c’è niente di sano, dove ci giriamo a guardare c’è del marcio!

La violenza, la follia , il modo sbagliato di agire dell’essere umano, penso che nasca da questo inghippo di massa. Prima di tutto dall’idea che uno ha di sé stesso. Se ti ritieni di essere un miracolo della natura, che vieni fuori da innumerevoli prove ed impasti che il tempo ha fatto sulla materia (che gia è un miracolo di per sé), che la stessa natura ti ha dato con amore di perfezione una ed esclusiva possibilità di esserci, come fai a comandare una discarica abusiva che ti frutta miliardi con i quali produrre tantissimi altri rifiuti? Se ritieni che in quanto tu sia qualcosa di grande, lo siano anche gli altri tuoi simili, come fai a dormire tranquillo la sera che hai saputo che sei ragazzi più molti altri civili hanno perso la vita perché tu con il tuo potere hai mandato all’inferno per la buona riuscita dei tuoi piani che ti porteranno grossi introiti, con la scusa di portare democrazia in un paese “arretrato”? Sicuro che il nostro ne sia il modello perfetto?  anche in Cina manca la democrazia! Quando  soffriamo d’insoddisfazione, sicuro che acquistare una grossa moto ci possa ritirare su il morale?  Non è che forse anche una vecchia bici mi può portare in qualche posto magari  poco lontano da casa , che mai avrei pensato potessi scoprire, dove sdraiandomi sull’erba verde mi stupirò di ciò che mi è garantito di avere fin che avrò vita, anche se sono nudo, spoglio di tutto?

Forse scoprirò il vero amore confidando il mio malessere alla terra, la quale sicuramente è la prima madre e mi ascolterà,  forse scoprirò che il mio cuore batte all’unisono con tutto l’universo, con lo scrosciare delle onde o con le carezze del vento.  Forse allora io capirò la mia giusta misura ed i miei problemi saranno più soffici, io avrò un ruolo più responsabile nel mio agire e magari saprò distinguere meglio il bene dal male, l’utile dal futile…

Siamo molto distanti da noi stessi! Poveri noi! Violenza su violenza! Siamo vittime della follia dei forti, ci sono riusciti a farci credere che siamo nullità nella moltitudine. Loro non si fanno scrupoli, sono entrati in tutte le nostre case dalle televisioni, hanno invaso il nostro tempo dalla radio, e le nostre strade con i manifesti, più che telefonino, macchina nuova, moto ecc.. il messaggio che è passato è: -Compra! Compra! Hai bisogno di comprare! Non vedi che sei una merda con quella carretta vecchia? Non hai un lavoro sicuro, non puoi rateizzare niente! Dove credi di andare con quelle scarpe vecchie, apparirai uno spacciato, non ti amerà nessuno, sei destinato a soffrire a bestia! Andando avanti così sarai sempre un retrogrado e devi per forza inseguire gli altri se vuoi la felicità !- E tu forse allora farai di tutto per rifarti una posizione nella società, accetterai il compromesso, sarai un militare, -se mi daranno l’ordine ammazzerò perché il mondo è selvaggio, anch’io rischio di non tornare a casa! questa è la vita!-

Sarai uno spacciatore, imbroglierai nel tuo lavoro, il tuo tempo sacro passerà nella dannazione, ed alla fine forse avrai avuto un posto a sedere anche tu in questo bello spettacolo di società, ma tu che posto occuperai in te stesso? Cosa avrai capito al tramonto? Quale verità avrai raggiunto? Forse non sarà proprio comodo accorgersi che non ti sei mai conosciuto…

Questo è quello che vedo io.  Sbaglio?

Penso che ognuno dovrebbe impugnare il coraggio di essere autonomo nelle scelte, di esplorare il piccolo invece di mirare al grande, di vedere da solo se ci può essere felicità anche nelle vecchie scarpe. Non è di questo passo che troveremo il benessere. Non con la follia, non con la violenza si ottiene l’amore. Ma è l’amore che è una fiamma che si alimenta da sola, il tuo insieme al mio, insieme al suo. C’è qualcosa di meglio che potremo trovare al supermercato?

Non è omogeneizzando la società che saremo tutti in grado di rispettare le regole, ma una vera società sana è una sociètà che dà spazio a tutti, ognuno col suo trip mentale, con la sua originalità, anche al più strano ed insolito individuo, perché la società ha bisogno anche di lui  per progredire!

Dobbiamo smettere d’inseguire i modelli proposti dalla pazzia ed accettare quello che riusciamo ad avere godendo del tempo che passando ci mostra meraviglie!

Il 17 settembre a sera avrei scritto qualcosa del genere ma mi paralizzò nel primo pomeriggio la telefonata di mio fratello che mi informava che a morire era stato il mio amico d’adolescenza che abitava a cinquanta metri da casa mia. L’avevo incontrato 4 mesi prima, mi disse che era uscito dall’esercito che non era vita e che aveva intenzione forse di aprirsi un’azienda agricola, aveva provato anche a fare il camionista, ma forse è stata sfortuna, forse non riusciva a collegarsi in qualcos’altro, e pensò di riarruolarsi.

-Questo non è più un gioco!- Pensai -ciò che ho sempre visto in TV oggi è dietro l’angolo di casa mia! guerra! siamo in guerra ogni giorno! Contro tutto e tutti! Nonostante gli innumerevoli vantaggi, l’uomo non è ancora riuscito a progredire, a crearsi un habitat  più comodo e pacifico, ormai bisogna lottare anche per i bisogni più naturali, che per natura dovremmo avere gratuitamente.

Per questo il mio pensiero oggi va ai caduti nella guerra di questo mondo nel tentativo di portare vero progresso, a chi si è scoraggiato ed ha mollato, a chi, vittima innocente della demagogia, è caduto in qualche imboscata, a chi rimasto in trincea per difendere pacificamente ciò che aveva è stato massacrato terribilmente, a chi non immaginava neanche di essere in guerra ed è stato bombardato, ai volti afgani doloranti così simili a quelli dei familiari del mio amico, a Stefano Cucchi, alla purezza dell’universo che non vuole più sentire grida di disperazione…

Vogliamoci bene!

Stefano Aretano

Ottobre 2, 2009

“Tomorrow, tomorrow” – Culture ad alto e basso contesto

Archiviato in: Aperte Lettere, Arte e soprattutto non, MEDITERRANEO, Perspectives, Uncategorized — karnarakna @ 2:49 pm

Un messaggio o una comunicazione si dice ad alto contesto (High Context) quando la maggior parte dell’informazione risiede nel contesto fisico o è implicita nella persona, mentre assai poco risiede nella parte esplicita, codificata e trasmessa del messaggio.[1] Al contrario chiamiamo comunicazione a basso contesto (Low Context) la trasmissione della maggior parte dell’informazione attraverso il codice esplicito della lingua.

In generale le transazioni di alto contesto coinvolgono più i sentimenti e l’intimità, mentre quelle a basso contesto sono meno personali e più formali, orientate sull’emisfero sinistro del cervello. Per fare qualche esempio definiamo ad alto contesto la comunicazione familiare o tra amici mentre possiamo definire a basso contesto il confronto formale tra due legali, due politici o due amministratori che scrivono un regolamento. Se teniamo conto di questa suddivisione, possiamo riconoscere che i nordeuropei operino ad un livello di contestualità più basso rispetto a quanto fanno i giapponesi o i Tewa del New Mexico.[2] Possiamo anche individuare le mutazioni che avvengono nel  corso della comunicazione stessa e riconoscere che un passaggio da alto a basso contesto possa significare un raffreddamento di una relazione o che il passaggio inverso segnali maggior calore e confidenza nella comunicazione: pensiamo per esempio all’utilizzo della 2ª persona singolare “tu” al posto della 3ª persona “lei”.

Particolarmente significativa risulta la differenza nella logica del discorso e nello stile argomentativo che nelle culture a basso contesto è lineare e diretto, mentre in quelle ad alto contesto è circolare e ambiguo: girare intorno al punto è un modo per metterlo in evidenza con rispetto (per esempio i buddisti o i taoisti ritengono che le cose più importanti non possano essere dette e che il linguaggio verbale serve a comunicare aspetti secondari dell’esistenza).[3]

Ho verificato una volta in un gruppo di studenti americani e di altre nazionalità un esempio di stile diverso. Chiesi  quali erano le forme tradizionali di  corteggiamento e gli americani risposero tutti con delle frasi abbastanza concise che avevano delle connessioni esplicite con la domanda. Quando però intervenne uno studente nigeriano, cominciò a descrivere il sentiero che attraversava il suo villaggio, l’albero alla fine del sentiero, il cantastorie che raccontava seduto sotto quell’albero e l’inizio di un racconto che una volta il cantastorie narrò. Quando, in risposta all’ovvio disagio degli americani nel gruppo, chiesi al nigeriano che cosa stesse facendo egli disse, “Sto rispondendo alla domanda”. Gli studenti americani protestarono e così  chiesi, “In che modo stai rispondendo alla domanda?” ed egli replicò, “Le sto dicendo tutto quello che ha bisogno di sapere per capire il punto”. “Bene”, disse uno degli americani, “Allora, se saremo pazienti, alla fine ci dirai quale è il punto”. “Oh no”, rispose il nigeriano. “Una volta che vi dico tutto quello che avete bisogno di sapere per capire il punto, saprete esattamente qual è il punto!”.[4]

Lo stile descritto da questo studente è uno stile di discussione circolare, o contestuale. Viene preferito non solo da molti africani, ma anche solitamente da gente di cultura latina, araba e asiatica.

Gli europei-americani, soprattutto maschi, tendono a usare uno stile lineare seguendo una scaletta di punti a,b,c…, stabilendo una connessione e una conclusione esplicita. Quando qualcuno devia da questa scaletta, è possibile che l’interlocutore dica: “Non riesco a seguirti” oppure “Possiamo arrivare al punto?” o “Qual è la questione di fondo?”. Questa modalità di argomentare la discussione è culturalmente specifica e, in relazione a un approccio contestuale, può risultare semplice e grossolana per la mancanza di dettagli necessaria a identificare il contesto, e arrogante perché chi parla decide cosa bisogna ascoltare e quali le conclusioni da trarre. Viceversa in una cultura a basso contesto, non venire mai al punto può risultare vago, evasivo, illogico o irritante.

Gli interculturalisti talvolta approcciano questo genere di valutazione negativa reciproca con il concetto di punti di forza e di punti di debolezza. In questo caso la forza di uno stile lineare può risiedere nel completamento efficiente di un compito a breve termine, mentre il suo limite sta nello sviluppare una relazione inclusiva. Per contro, la forza di uno stile contestuale sta nel facilitare la costituzione di gruppi e la creatività consensuale mentre il suo limite è la lentezza. Lo scopo dello studio e dell’esercizio in questo campo, oltre allo sviluppo della consapevolezza e del rispetto per stili alternativi, può essere quello di sviluppare una competenza bistilistica.[5]

Come vediamo nello schema, le differenze lungo la variabile della contestualità racchiudono trasversalmente anche altre dimensioni già affrontate: individualismo/collettivismo, cronemica, espressività. Questo ci induce a pensare che la contestualità sia una delle variabili più importanti nello studio dei problemi di fraintendimento interculturale o di analisi cross-culturale.

CONTESTUALITÀ

Basso Contesto

Alto Contesto

Esplicitazione dei significati attraverso le forme comunicative

Tendenza a costruire messaggi strutturati, a fornire dettagli, a usare termini tecnici

Tendenza a usare argomentazioni logiche                         ..

Enfasi su una logica di tipo lineare, che mira direttamente al nocciolo del problema

Valorizzazione del comportamento verbale-informativo; scarsa capacità di leggere il comportamento non verbale

Valorizzazione dell’individualismo

Tendenza a relazioni transitorie e strumentali

Significati impliciti, ricavabili dal contesto socioculturale

Tendenza a produrre messaggi semplici, densi e ambigui

Tendenza a usare sentimenti ed emozioni per comunicare

Enfasi su una logica “a spirale”, che gira intorno al punto

Valorizzazione della comunicazione non verbale e maggiore sensibilità a gestualità a mimica facciale .

Valorizzazione del senso del gruppo

Disponibilità a dedicare tempo per costruire e mantenere relazioni sociali durature

Fonte: Adattato da C. Giaccardi, La comunicazione interculturale, cit., p.127.


[1] E.T. Hall, Beyond Culture, Garden City, New York 1976.

[2] E.T. Hall, Il problema delle differenze nascoste, cit.

[3] “Chu Lao Tao Chu Men Tao” (Il Tao che può essere nominato non è il vero Tao), Tao Te Ching, Lao Tzu.

[4] M.J. Bennet, Comunicazione interculturale: una prospettiva corrente, in Principi di comunicazione interculturale, cit., p. 44.

[5] Ivi., p. 45.

Ibn Kalb -2008

Settembre 27, 2009

Pubblicità

Archiviato in: Aperte Lettere, Arte e soprattutto non, Eventi in Capo, World Wide Web — karnarakna @ 7:09 pm

da il Fatto Quotidiano,  Domenica 27.09.009

Signori e signore ..Pubblicità! Allegria!

Angelo BiondiCrini

Maggio 17, 2009

La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione

Siamo tutti un popolo di migranti

Immigrati italiani in Usa

“Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere

“Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali”. La relazione così prosegue: “Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione“.

Il testo è tratto da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912

Milano, Alabama

by PINO CORRIAS su http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/
Foto di rbanks da flickr.comProbabile che Matteo Salvini, il leghista che chiede posti prioritari per i milanesi sul metrò, sappia nulla di Rosa Parks e della sua storia lucente. Rosa Parks era una donna nera di Montgomery, Alabama. Quando l’1 dicembre 1955 decise di sedersi in uno dei posti dell’autobus riservato ai bianchi, aveva 42 anni. Lavorava come sarta in un grande magazzino. Stava tornando a casa e aveva avuto una giornata dura. Rimase seduta per una manciata di fermate. Poi salirono dei bianchi. Il conducente le ordinò di alzarsi. E lei, che lo aveva fatto mille altre volte, rispettando la legge dell’Alabama che riservava ai negroes gli ultimi posti in fondo all’autobus, decise di disobbedire: “Non mi alzo”. Il conducente fermò l’autobus, chiamò due poliziotti che arrestarono Rosa Parks.

Per protesta la comunità afroamericana, guidata dal giovane reverendo Martin Luther King, decise che nessun nero sarebbe più salito sugli autobus di Montgomery, fino a quando non fosse stata cancellata la segregazione razziale. Il boicottaggio durò 381 giorni. Durante i quali tutti i neri andavano a piedi, oppure in automobili strapiene, oppure in bicicletta, e gli autobus vuoti rimanevano nelle rimesse. Il 19 dicembre 1956 la Corte Suprema degli Usa – su richiesta dei difensori di Rosa Parks, condannata a 10 dollari di multa – dichiarò incostituzionali le leggi della segregazione. Il giorno dopo Martin Luther King e il reverendo bianco Glen Smith salirono sull’autobus e si sedettero uno di fianco all’altro. Oggi quell’autobus è in un museo, Rosa Parks sta nel cielo dei giusti, Obama abita alla Casa Bianca, e Matteo Salvini fa il capogruppo della Lega a Milano.


Angelo BiondiCrini

Maggio 9, 2009

Cavalla Cavalla#2 – Good Night, and Good Luck

Archiviato in: Aperte Lettere, La storia siamo noi, Perspectives, World Wide Web, essi vivono — karnarakna @ 12:46 pm

Good Night, and Good Luck

Girato interamente in bianco e nero, il film racconta la storia vera del giornalista statunitense Edward R. Murrow, anchorman della CBS, figura storica della lotta al maccartismo.Il titolo Good Night, and Good Luck. (ovvero “Buonanotte e buona fortuna”) è la frase che il giornalista usava per salutare gli spettatori al termine del suo programma, See It Now.

Edward R. Murrow, celebre giornalista ed anchorman della CBS (Columbia Broadcasting System), viene a conoscenza di una lista di proscrizione redatta dal senatore del Wisconsin Joseph McCarthy nella quale vengono inseriti i nominativi di tutti coloro che sono sospettati di avere simpatie filo-comuniste. Tali sospetti, spesso inseriti per motivi arbitrari, inventando collegamenti con la “minaccia comunista” o enfatizzando dettagli trascurabili, vengono poi sottoposti a processi sommari dalla furia del senatore stesso, che con l’intento di “salvare” il paese ne mette in realtà a repentaglio la libertà. Murrow, indignato da tale comportamento, che calpesta ogni diritto civile, decide di divulgare la notizia e di dedicare parecchie puntate del suo show serale del martedì, See It Now, alla controversa figura del politico ed alle ingiustizie perpetrate ai danni di onesti cittadini statunitensi. Nonostante le intimidazioni e le minacce di morte subite, Edward, a sua volta accusato da McCarthy di avere contatti con l’Unione Sovietica, grazie anche all’apporto dello staff, diretto dall’amico e produttore Fred Friendly riuscirà a portare avanti la sua campagna di denuncia, e contribuirà a liberare l’America dal fanatismo del maccartismo e la sua moderna “caccia alle streghe”.

by Wikipedia

Il Prezzo della Libertà

da Rainew24

Senza libertà di espressione non esiste democrazia. Da questo punto di vista le cose sul pianeta non vanno per nulla bene. Nel suo rapporto annuale sulla libertà di informazione Freedomhouse parla di un arretramento generalizzato che coinvolge anche l’Italia. Il viaggio di scenari parte da Roberto Saviano e i giornalisti/scrittori minacciati in Italia dalla criminalità organizzata e dalla mancanza di pluralismo e arriva in paesi dove si può essere uccisi  o arrestati per un articolo o un filmato. All’inizio dell’anno sono stati assolti a Mosca  i presunti esecutori dell’omicidio di Anna Politkovskaja. Ma in Russia le cose vanno di male in peggio: proseguono le aggressioni e le intimidazioni nei confronti delle voci indipendenti. Il luogo dove il mestiere di reporter è più a rischio resta l’Iraq, ma anche in Messico, Colombia, Filippine, Iran la situazione è critica. In Italia l’associazione Information Safety and Freedom ha promosso una campagna per ottenere la liberazione di un giovane cronista afgano Sayed Parwez Kambaksh. E’ stato condannato a vent’anni di prigione per aver spedito via mail un articolo che difendeva i diritti delle donne. Il problema è che a infliggergli questa punizione, per presunta blasfemia, non sono stati i talebani, ma il regime di Karzai insediato dagli occidentali.

Il percorso di Scenari si conclude in Cina proponendovi il video “Prigionieri in Freedom City”, un documento eccezionale, il diario di un dissidente che filma ciò che vede dalla finestre di una casa dove è agli arresti domiciliari. Dopo aver effettuato queste riprese, Hu Jia è stato condannato a 3 anni e mezzo di prigione. In stato di detenzione ha ricevuto nel novembre scorso dal Parlamento europeo il Premio Sacharov.

Il silenzio è d’oro, anche quello di Santoro

di Carlo Vulpio

Il gip di Salerno proscioglie de Magistris e Vulpio. Il Tar Lazio dà ragione a Forleo. Il tribunale del Riesame di Roma scagiona Genchi

Lo avete letto da qualche parte? Ve lo ha detto qualche tv o qualche radio? No, non lo sapete. Forse qualcuno di voi lo sa, ma giusto perché ha scovato la notizia fra le “brevi”, poche righe e frettolose, o perché avrà letto l’unico articolo che si è occupato della vicenda, raccontandola però in maniera deformata e maliziosa.

E’ successo che io, il giudice Luigi de Magistris, il consulente Gioacchino Genchi e il giudice Clementina Forleo abbiamo avuto tutti ragione, purtroppo, nei diversi procedimenti aperti contro ognuno di noi.

Perché purtroppo? Perché dovevamo vederci riconosciuta questa ragione “prima”, non dopo. Io e de Magistris eravamo accusati di rivelazione di segreti d’ufficio, ma i giudici hanno detto che non era vero. Così Genchi. Accusato di essere un super spione fuorilegge, l’uomo che per Rutelli e Berlusconi era addirittura all’origine del “più grande scandalo della storia repubblicana”, Genchi è stato riconosciuto innocente. E Forleo? Il Tar del Lazio le ha dato finalmente ragione. La sentenza con cui il Csm l’ha trasferita a Cremona, ha detto il tribunale amministrativo, è ingiusta, va cancellata, e Forleo, se lo volesse, potrebbe tornare a Milano anche subito. Ma chi ha raccontato tutto questo? Perché per queste (e altre) vicende nessuno in Italia sente il dovere di fare un giornalismo onesto, quello che in America si individua con la splendida definizione di “honest journalism”?

Eppure c’è stato un linciaggio a reti e giornali unificati durato mesi e mesi, nel silenzio di giornalisti “liberi”, magistrati “indipendenti” e politici “onesti”. Eppure per ognuno di noi è cambiata la vita, perché quando accadono certe cose nulla è più come prima. Eppure lo avevamo detto e qualche volta anche urlato, non è che ce ne stiamo accorgendo adesso. Non c’è stato niente da fare. Ci danno ragione soltanto ora, cioè “dopo”. E tuttavia, nemmeno questo basta affinché un tg qualsiasi, un giornale qualsiasi, un talk show qualsiasi racconti – ma per intero, senza omettere nulla e senza “dimenticare” nessuno – come sono andate a finire quelle vicende che hanno causato il trasferimento di Forleo e de Magistris, la revoca dell’incarico a Genchi, la decisione del direttore del giornale per il quale lavoro di “sollevarmi” dall’incarico per le inchieste di cui mi stavo occupando. Pensate, non lo ha fatto nemmeno Michele Santoro.

Nella puntata di Anno Zero sull’informazione, in cui si sarebbe dovuto parlare di giornalismo “sdraiato” e “oscurato”, Santoro non ha trovato un minuto, un secondo, un attimo, per chiedere ai suoi ospiti – che so, a Paolo Mieli per esempio – com’è che il 3 dicembre 2008 mi hanno improvvisamente fatto smettere di scrivere su quelle inchieste che sono state all’origine dei guai di de Magistris, Forleo e Genchi, e che io seguivo da due anni. Un dibattito sul giornalismo oscurato che non parli del più clamoroso caso di oscuramento degli ultimi vent’anni, come dimostra la catena di sant’Antonio di rimozioni e trasferimenti che ne è seguita, è un’operazione ardita. Spiace dirlo, ma quella puntata di Anno Zero non è stata un esempio di “honest journalism”. Una volta Marco Travaglio, ospite di Daniele Luttazzi, disse che la differenza tra la Francia (dov’era in visita il premier Berlusconi) e l’Italia, per quelli che fanno il nostro mestiere, era che in Francia i giornalisti fanno domande. Ecco, io non so perché nemmeno lui abbia fatto una domanda, una sola, agli ospiti della trasmissione – che so, a Paolo Mieli per esempio. Sono portato a credere che Santoro possa averglielo impedito, e infatti Travaglio nella sua rubrica ha fatto un eccellente intervento su Genchi. Ma poiché non so se sia andata davvero in questo modo, giuro che appena vedo Marco glielo chiedo. Nemmeno Vauro, che io (come tanti altri) ho difeso quando è stato sospeso, ha fatto sentire la sua voce, o almeno il graffio della sua matita. Vauro, sospeso per una settimana, ha ricevuto (giustamente) tanta solidarietà pubblica. Io, sospeso “ad interim” e abrogato da Anno Zero come si sbianchetta una foto compromettente, non ho ricevuto nemmeno una telefonata di solidarietà privata da Vauro.

Nessuna telefonata nemmeno da Michele Santoro. Al mattino, il giorno della puntata sull’informazione, gli avevo anche  inviato un sms. Nessuna risposta anche all’sms. Giuro: non gli ho mai fatto niente di male, né mai ho avuto screzi con lui. Anzi. Non so cosa sia accaduto prima di quella puntata di Anno Zero. E forse non voglio nemmeno saperlo. Ma poiché non si tratta di un fatto personale, per principio e per rispetto di tutti quelli che mi seguono sul blog e hanno letto il mio libro “Roba Nostra” non posso anch’io far finta di nulla. E quindi, per ora, almeno una domanda la faccio: sarà stata questa la puntata “riparatrice” che era stata chiesta a Santoro per evitare rogne? Tipo un trasferimento, una sospensione, una sollevazione dall’incarico?

Elio e le Storie Tese

di Marco Travaglio

Dunque. Elio Letizia da Secondigliano, messo comunale, 12mila euro dichiarati all’anno, ha una figlia, Noemi, che veste firmato e va a scuola in Mercedes con autista. Lui conosce intimamente il premier, ma né lui né il premier spiegano come e quando si sono conosciuti. Anche Noemi conosce intimamente il premier: a 15 anni inviò un book di foto a Mediaset tramite un amico di Dell’Utri; poi, a 16-17 anni, iniziò a frequentare «papi» per tirargli su il morale col karaoke. Milano, Roma, Sardegna. Ma sempre, giura Ghedini, accompagnata dai genitori. Strano: i coniugi Letizia risultano separati da anni; e il Corriere ventila addirittura un’«amicizia particolare» tra Elio e un ex dirigente comunale. Quali armi di persuasione possieda Elio per convocare il premier da Milano alla circonvallazione di Casoria, posto da paura, non è dato sapere. Salvo credere al premier: «Elio voleva parlarmi delle candidature di Malvano e Martusciello». Uno è l’ex questore di Napoli, deputato Pdl; l’altro un consigliere regionale Pdl, fratello del coordinatore forzista in Campania. I due non han mai visto né conosciuto Elio. Che però, generoso com’è, li raccomandava lo stesso. Silvio rimane chiuso un’ora in aereo a Capodichino in attesa che Noemi entri alla festa. E, siccome ha deciso all’ultimo momento, le regala un collier che casualmente teneva in tasca, per ogni evenienza. Sempre casualmente, da sotto un tavolo, spunta un fotografo di «Chi» (Mondadori) per immortalare la scena. Tutto chiaro. Ecco perché Veronica e Mike Bongiorno trovavano perennemente occupato: era sempre al telefono con Elio

Il premier Berlusconi e l’introvabile titolo di futuri libri di testo

di Andrea Camilleri

Camilleri, siamo l’unico paese al mondo con un premier vietato ai minori, da mandare a notte fonda, quando, su certi canali, iniziano le programmazioni hard. «Papi» sta inaugurando un nuovo filone di commedia all’italiana, si fa per dire. E saranno titoli da cassetta: «Il premier e il gran debutto delle diciottenni»; «Il premier che voleva palpare alle cerimonie ufficiali»; «Il premier e le ministre alla scuola di partito»; «Il premier e le notti bianche finlandesi»; «Le fanciulle sulle ginocchia del premier»; «Indovina chi viene a cena? Papi».

C’è chi è passato alla storia per avere cambiato il suo paese, chi per avere promosso trattati internazionali fondamentali, chi per essersi prodigato per il benessere mondiale. In genere, questi celebrati personaggi sono, al contrario, detestati dagli studenti costretti a subirsi le innumerevoli pagine che i libri di storia dedicano loro. Non sarà così per gli studenti che, metti nel 2050, si imbatteranno nel grande statista italiano del quale è superfluo fare il nome. Si divertiranno un mondo. Naturalmente mi riferisco agli universitari, perché, come dice Lei caro Lodato, a quelli inferiori di anni 18 ne sarà proibita la lettura. Insomma, anche dopo la sua scomparsa, il nostro statista avrà ampi consensi. Specialmente se il libro di testo avrà un corredo di illustrazioni che riportano le immagini, al naturale, di alcune fra le sue più procaci collaboratrici politiche. Però, suppongo, che i film che ne celebreranno le gesta, alla stregua di un Napoleone o di un Lincoln, non avranno i titoli che Lei suggerisce. Quei titoli sono sulla scia, non della commedia all’italiana, ma dei film di quart’ordine con Alvaro Vitali nella parte di Pierino. E qui invece ne siamo distantissimi, ci troviamo a un livello assai più basso, quale però non so immaginare.

Angelo BiondiCrini

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