La Convenzione ILO 169 sui diritti dei popoli indigeni e tribali è stata adottata nel 1989 dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), un’agenzia delle Nazioni Unite. La Convenzione riconosce ai popoli indigeni un insieme di diritti fondamentali, essenziali alla loro sopravvivenza, tra cui i diritti sulle terre ancestrali e il diritto di decidere autonomamente del proprio futuro.
Attualmente, la Convenzione costituisce l’unico strumento legislativo internazionale di protezione dei diritti dei popoli indigeni. Ratificandola, gli stati si impegnano a garantire in modo efficace l’integrità fisica e spirituale dei popoli indigeni e a lottare contro ogni forma di discriminazione nei loro confronti.
È cruciale che la Convenzione venga firmata dal maggior numero di nazioni del mondo, incluse quelle europee. Anche se non hanno popoli tribali all’interno dei propri confini, infatti, le azioni dei governi di paesi come l’Italia hanno comunque un impatto diretto sui popoli indigeni, non solo in quanto membri di istituzioni internazionali che interagiscono con essi, come la Banca Mondiale, ma anche attraverso i progetti di cooperazione allo sviluppo e la partecipazione ai finanziamenti e alle iniziative sostenute dall’Unione Europea. Nelle terre tribali, inoltre, si trovano sovente ad operare aziende europee e italiane, private, statali o co-finanziate dallo stato.
In Italia esistono già da tempo alcuni progetti di legge assegnati alle Commissioni Esteri di Camera e Senato che, però, non sono mai stati discussi. Data l’estrema gravità delle violazioni dei diritti umani che molti popoli indigeni stanno ancora oggi vivendo in tanti paesi del mondo, l’Italia dovrebbe ratificare la Convenzione al più presto. La sua adozione, infatti, non costituirebbe solo un doveroso atto di solidarietà verso chi continua a vedere conculcati i propri diritti fondamentali; al contrario, porterebbe loro un aiuto concreto e immediato.
PASSA ALL’AZIONE!
FIRMA LA PETIZIONE PER CHIEDERE AL GOVERNO ITALIANO DI RATIFICARE LA CONVENZIONE ILO 169
Con questa lettera vorrei dar voce ad alcune ideeconcepite nella foresta amazzonica durante le lunghe conversazioni notturne con gli indigeni, nel cosiddetto “mambe”, rituale in cui si invoca la presenza dello spirito creatore per poter ispirare parole di vita. Credo sia bene parlarne di queste cose, e credo soprattutto sia importante che il mondo accademico, il mondo ambientalista e quello religioso, conoscano alcune realtà specifiche che hanno un grande potenziale per cambiare l’attuale sistema di cose, per poterci muovere finalmente verso la vita.
Tra i miei vari spostamenti nell’Amazzonia ho vissuto per un tempo in un luogo davvero speciale chiamato La Chorrera, che si trova sul rio Igaraparanà, affluente del fiume Putumayo, frontiera naturale tra Perù e Colombia. Questo e`considerato un luogo sacro per le 5 etnie indigene che lo abitano: Uitoto, Muinane, Okaina, Bora ed Endoke. Nel loro territorio ancestrale, fino agli inizi del Novecento è avvenuto lo sfruttamento del caucho per il quale si parla di un vero e proprio genocidio di circa 40.000 indigeni, perpetrato quindi in un passato molto recente. Attualmente si calcola che la popolazione autoctona di quest’area sia di circa 3.000 persone, in maggioranza Uitoto. L’etnia Muinane è a rischio estinzione, conta solo 26 componenti di cui un solo anziano conoscitore della tradizione e della sapienza di un intero gruppo etnico. In quella gente è ancora vivido il ricordo dello sfruttamento, forse per questo la piaga del narcotraffico non trovò terreno fertile quando pochi anni fa tentò di insediarsi in quei territori. I narcotrafficanti si trovarono di fronte ad un popolo unito che affermava la propria integrità morale e il proprio cammino per la vita, aborrendo ogni forma di schiavitù, di dipendenza economica e di sfruttamento.
I nativi stessi affermano: “Il nostro rapporto con la Madre Terra e con il Padre Creatore ci rende liberi, noi possiamo dipendere solo da loro”.
Riflettendo sulla loro forma di vita credo che in questi luoghi ci siano i semi di speranza per poter intraprendere un cammino diverso, un cammino che insegni agli uomini come riconquistare la propria libertà, dignità, integrità tra corpo e spirito. Queste etnie hanno deciso di intraprendere un coraggioso processo di recupero culturale e di difesa del territorio. Hanno capito che la loro identità, è l’unica speranza per la sopravvivenza e per la protezione della terra. Senza la loro presenza e – come essi stessi affermano – senza la loro protezione spirituale, quei territori diventerebbero in poco tempo preda di multinazionali. Infatti gli interessi economici nell’area sono comprovati dalla presenza di una base militare, dalla recente costruzione di una pista aerea, e da ripetute esplosioni che possono far pensare a delle perforazioni del sottosuolo per sondare il terreno.
Nei “Planes de Vida”, dove queste popolazioni affermano le basi della loro identità culturale e i progetti per poter sopravvivere in questo mondo, emergono quesiti fondamentali:
“Come possiamo noi indigeni affrontare la globalizzazione? Come possiamo rapportarci con un sistema che si basa sui capitali, sull’economia e sul profitto, tutte logiche che ci distruggerebbero in quanto siamo un popolo che vive di ciò che offre la natura e non la consideriamo una fonte di profitto monetario? Ci propongono la micro impresa, il microcredito, ma questo non rientra nella nostra forma di vita. Questo significherebbe entrare nelle logiche dello sfruttamento dei beni naturali. Come si possono limitare i danni della grande industria che riduce le foreste? Come possiamo aprirci al mondo, alla tecnologia e ad internet, che attrae cosi tanto i nostri giovani, come possiamo in pratica ricevere il bene dell’Occidente, ma bloccarne il male? La società occidentale è divisa in se stessa, atomizzata, è formata da individui che lottano tra di loro per l’approvvigionamento delle risorse. Nelle società occidentali non c’è equilibrio e senso collettivo, le persone perdono l’integrità, cioè l’unione tra corpo e spirito universale che è per noi l’essenza della vita. In queste condizioni l’uomo delle grandi città contemporanee rischia di essere un parassita che consuma e lavora solo per poter usufruire di beni. Questo sta succedendo all’uomo nei cosiddetti paesi sviluppati, la coscienza è limitata perchè manca questa unione alla terra, si agisce negli interessi personali o regionali, non globali. Tutto questo porta agli sfruttamenti, alla violazione dei diritti umani, al disequilibrio, alla divisione.”
PROPOSTE:
Gli indigeni stessi chiedono aiuto e propongono di contrastare questo modello di sviluppo basato sul consumo, sulla competizione e su una crescita insostenibile. Loro chiedono di unire il mondo accademico e quello ambientalista, in una rete globale, per generare una nuova coscienza collettiva. Questa sarebbe per gli indigeni la soluzione per far uscire l’Amazzonia e la sua gente da quello stato di vulnerabilità in cui riversa.
In sostanza in questi luoghi si è pensato di creare una cittadella completamente sostenibile e un centro di monitoraggio contro i crimini ambientali dislocato in più sedi in alcune zone dell’Amazzonia. Questi centri dovranno essere uniti in una rete con il mondo accademico e ambientalista. Si e`pensato ad uno spazio comune nella foresta dedicato alle università mondiali per consentire studi ambientali, studi sulla biodiversità, biologia, botanica, medicina tradizionale, un luogo dove studiare nuovi modelli sociali e di sviluppo in armonia con la natura.
Per la cittadella sostenibile mi è stato presentato un progetto organico molto ben strutturato. Si è parlato di come poter sfruttare l’energia idroelettrica e solare, di come far funzionare un sistema di trasporti completamente ecologico, di come promuovere l’agricoltura tradizionale. Si pensa di voler importare le tecnologie più avanzate alimentate solo da energia pulita, senza petrolio e senza biocombustibili.
Il sogno è ambizioso, per questo ha bisogno dell’unione di più forze. Questo non è più il tempo di agire singolarmente, con singole ONG o con singole entità, ma c’è bisogno di far conoscere questi progetti di speranza per creare una rete che garantisca un futuro sostenibile per tutta l’umanità.
Questo è il tempo in cui bisogna mettere da parte le proprie ideologie se queste sono fonte di divisione, per incontrarci con le nostre particolarità, diversità e i nostri limiti, per poter vivere gli uni per gli altri in questa fantasia di colori, di saperi e di saggezze. Non dobbiamo uniformarci, dobbiamo pensare di promuovere idee di speranza, esempi di vita differenti che creino un altro tipo di coscienza, che generino uomini integri, non divisi in se stessi. Uomini spirituali, uniti spiritualmente con gli altri essere viventi. Questa unione porterebbe inevitabilmente ad un comportamento più consapevole e creerebbe un agire per la vita. Creerebbe comprensione, unità, compassione, solidarietà vera, non del superfluo.