Lu stozzu de carta

Ottobre 2, 2009

“Tomorrow, tomorrow” – Culture ad alto e basso contesto

Archiviato in: Aperte Lettere, Arte e soprattutto non, MEDITERRANEO, Perspectives, Uncategorized — karnarakna @ 2:49 pm

Un messaggio o una comunicazione si dice ad alto contesto (High Context) quando la maggior parte dell’informazione risiede nel contesto fisico o è implicita nella persona, mentre assai poco risiede nella parte esplicita, codificata e trasmessa del messaggio.[1] Al contrario chiamiamo comunicazione a basso contesto (Low Context) la trasmissione della maggior parte dell’informazione attraverso il codice esplicito della lingua.

In generale le transazioni di alto contesto coinvolgono più i sentimenti e l’intimità, mentre quelle a basso contesto sono meno personali e più formali, orientate sull’emisfero sinistro del cervello. Per fare qualche esempio definiamo ad alto contesto la comunicazione familiare o tra amici mentre possiamo definire a basso contesto il confronto formale tra due legali, due politici o due amministratori che scrivono un regolamento. Se teniamo conto di questa suddivisione, possiamo riconoscere che i nordeuropei operino ad un livello di contestualità più basso rispetto a quanto fanno i giapponesi o i Tewa del New Mexico.[2] Possiamo anche individuare le mutazioni che avvengono nel  corso della comunicazione stessa e riconoscere che un passaggio da alto a basso contesto possa significare un raffreddamento di una relazione o che il passaggio inverso segnali maggior calore e confidenza nella comunicazione: pensiamo per esempio all’utilizzo della 2ª persona singolare “tu” al posto della 3ª persona “lei”.

Particolarmente significativa risulta la differenza nella logica del discorso e nello stile argomentativo che nelle culture a basso contesto è lineare e diretto, mentre in quelle ad alto contesto è circolare e ambiguo: girare intorno al punto è un modo per metterlo in evidenza con rispetto (per esempio i buddisti o i taoisti ritengono che le cose più importanti non possano essere dette e che il linguaggio verbale serve a comunicare aspetti secondari dell’esistenza).[3]

Ho verificato una volta in un gruppo di studenti americani e di altre nazionalità un esempio di stile diverso. Chiesi  quali erano le forme tradizionali di  corteggiamento e gli americani risposero tutti con delle frasi abbastanza concise che avevano delle connessioni esplicite con la domanda. Quando però intervenne uno studente nigeriano, cominciò a descrivere il sentiero che attraversava il suo villaggio, l’albero alla fine del sentiero, il cantastorie che raccontava seduto sotto quell’albero e l’inizio di un racconto che una volta il cantastorie narrò. Quando, in risposta all’ovvio disagio degli americani nel gruppo, chiesi al nigeriano che cosa stesse facendo egli disse, “Sto rispondendo alla domanda”. Gli studenti americani protestarono e così  chiesi, “In che modo stai rispondendo alla domanda?” ed egli replicò, “Le sto dicendo tutto quello che ha bisogno di sapere per capire il punto”. “Bene”, disse uno degli americani, “Allora, se saremo pazienti, alla fine ci dirai quale è il punto”. “Oh no”, rispose il nigeriano. “Una volta che vi dico tutto quello che avete bisogno di sapere per capire il punto, saprete esattamente qual è il punto!”.[4]

Lo stile descritto da questo studente è uno stile di discussione circolare, o contestuale. Viene preferito non solo da molti africani, ma anche solitamente da gente di cultura latina, araba e asiatica.

Gli europei-americani, soprattutto maschi, tendono a usare uno stile lineare seguendo una scaletta di punti a,b,c…, stabilendo una connessione e una conclusione esplicita. Quando qualcuno devia da questa scaletta, è possibile che l’interlocutore dica: “Non riesco a seguirti” oppure “Possiamo arrivare al punto?” o “Qual è la questione di fondo?”. Questa modalità di argomentare la discussione è culturalmente specifica e, in relazione a un approccio contestuale, può risultare semplice e grossolana per la mancanza di dettagli necessaria a identificare il contesto, e arrogante perché chi parla decide cosa bisogna ascoltare e quali le conclusioni da trarre. Viceversa in una cultura a basso contesto, non venire mai al punto può risultare vago, evasivo, illogico o irritante.

Gli interculturalisti talvolta approcciano questo genere di valutazione negativa reciproca con il concetto di punti di forza e di punti di debolezza. In questo caso la forza di uno stile lineare può risiedere nel completamento efficiente di un compito a breve termine, mentre il suo limite sta nello sviluppare una relazione inclusiva. Per contro, la forza di uno stile contestuale sta nel facilitare la costituzione di gruppi e la creatività consensuale mentre il suo limite è la lentezza. Lo scopo dello studio e dell’esercizio in questo campo, oltre allo sviluppo della consapevolezza e del rispetto per stili alternativi, può essere quello di sviluppare una competenza bistilistica.[5]

Come vediamo nello schema, le differenze lungo la variabile della contestualità racchiudono trasversalmente anche altre dimensioni già affrontate: individualismo/collettivismo, cronemica, espressività. Questo ci induce a pensare che la contestualità sia una delle variabili più importanti nello studio dei problemi di fraintendimento interculturale o di analisi cross-culturale.

CONTESTUALITÀ

Basso Contesto

Alto Contesto

Esplicitazione dei significati attraverso le forme comunicative

Tendenza a costruire messaggi strutturati, a fornire dettagli, a usare termini tecnici

Tendenza a usare argomentazioni logiche                         ..

Enfasi su una logica di tipo lineare, che mira direttamente al nocciolo del problema

Valorizzazione del comportamento verbale-informativo; scarsa capacità di leggere il comportamento non verbale

Valorizzazione dell’individualismo

Tendenza a relazioni transitorie e strumentali

Significati impliciti, ricavabili dal contesto socioculturale

Tendenza a produrre messaggi semplici, densi e ambigui

Tendenza a usare sentimenti ed emozioni per comunicare

Enfasi su una logica “a spirale”, che gira intorno al punto

Valorizzazione della comunicazione non verbale e maggiore sensibilità a gestualità a mimica facciale .

Valorizzazione del senso del gruppo

Disponibilità a dedicare tempo per costruire e mantenere relazioni sociali durature

Fonte: Adattato da C. Giaccardi, La comunicazione interculturale, cit., p.127.


[1] E.T. Hall, Beyond Culture, Garden City, New York 1976.

[2] E.T. Hall, Il problema delle differenze nascoste, cit.

[3] “Chu Lao Tao Chu Men Tao” (Il Tao che può essere nominato non è il vero Tao), Tao Te Ching, Lao Tzu.

[4] M.J. Bennet, Comunicazione interculturale: una prospettiva corrente, in Principi di comunicazione interculturale, cit., p. 44.

[5] Ivi., p. 45.

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