OGNI ANNO A BOLOGNA SI SVOLGE UNA STRAMBA QUANTO ORIGINALE MANIFESTAZIONE PER LE VIE DELLA CITTÀ, LA PARATA PAR TÒT CHE, PER CHI HA VISSUTO “LA GRASSA” IN TEMPI RECENTI, NON PUÒ NON RIPORTARE ALLA MENTE LABIRINTI DI COLORI E FRAGRANZE D’ESTATE.
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RICORDANDO PER CHI ABBIA VOGLIA DI ANDARSELA A VEDERE CHE LA PAR TÒT QUEST’ANNO È FISSATA PER SABATO 20 GIUGNO, PROPONIAMO UN PICCOLO RACCONTO D’UN NOSTRO CARO AMICO CHE RACCOGLIE LE SUE IMPRESSIONI E SUGGESTIONI DI QUESTA BIZZARRA PARATA CITTADINA.
“Quando ero piccolo, circa una quindicina d’anni fa, vicino a casa mia c’erano delle panchine di pietra durissima e bianca che recavano una scritta; come un acronimo, breve e rivelatore: E.P.T.
Quando gli chiesi cosa si celasse dietro a quelle tre lettere, mio padre, tra il serio e il faceto, mi disse: “Significa che si può sedere chi vuole, che E’ Per Tutti”.
Mi convinse, e io non dubitai che la sua spiegazione fosse autentica, perchè mi bastava per farmi sentire legittimario di un pezzo di quella superficie ogni volta che avessi voluto, e da quel momento in poi, quando mi ci sedevo, mi sentivo padrone, a mio agio. In regola, diciamo.
- Tanto è per tutti – mi dicevo, e mi sedevo.
Svariati anni dopo, qualcosa di molto simile a quell’acronimo è passato ancora sulla mia strada: qualcosa di universale, di indefinibile, di possesso comune. Anche questa cosa è Per Tutti, è siccome capita a Bologna è Par Tòt.
L’analogia tra questo Par Tòt, e quel Per Tutti è che nessuno dei due prevede padroni, e che tutte e due sono per tutti, giustappunto.
La differenza, invece, è che se le parole di circa tre lustri or sono legittimavano una stasi e un riposo, quelle di adesso si spianano ad una frenesia di moto continuo, perpetuo, ad un incedere di colori a miscuglio, di passi ad inciampo, di suoni a rimbalzo. Prima la stasi, ora il moto. Prima il riposo, ora l’andamento.
Par Tòt… Per tutti… e ce n’era davvero per ogni gusto. C’erano i giganti e i trampoli, i volti dipinti, gli angeli e i diavoli, le chitarre e i contrabbassi. C’erano libertà e follia, le clavette e i birilli, giocolieri giocanti, il rosso, il giallo, il verde, i rasta e l’unione dei popoli neri, l’azzeramento delle distanze, le piccole facce marroni, l’Africa e l’America, il circo, la caduta e i nasi rossi. C’erano respiri e risa, i coriandoli e gli imbuti, gli ottoni ed i fiati soffiati, anime e finzioni, mimi dipinti di viola, cembali e battenti, battere, levare, sete, compagnia e sudore.
E poi, come battiti antichi di terra che trema, c’erano tarante, tarantelle e tammurriate, il sole, il mare, il vento, il morso del ragno. La tarantola. La musica pizzicava, avida e passionale, e avvolgeva tra quelle due ali a contrasto: una di ritmo, l’altra di melodia e armonia. La schiera dei bianchi, e la schiera dei neri. Quella delle dita leggere tra i tasti e i mantici, e quella delle mani pesanti a percuotere pelli e sonagli.
- Ohi, come pizzica! - diceva il maestro dal turbante bianco.
- Pizzica, pizzica! - rispondevano le ali a contrasto, e un unisono di colpi a rimbombo e di accordi sugli accenti si susseguivano. Sempre più incalzanti, sempre più spediti, sempre più veloci, fino al parossismo del movimento e della frenesia, fino alla follia delle gole prestate al vino e alle grazie di San Paolo, fino alla mano del solito maestro alta nel cielo, a controllare gli eccessi e a porre fine all’estasi, fino all’applauso avvolgente e finale, e al respiro profondo e profuso a riprendersi l’aria lasciata nella battaglia del ballo.
Intanto, nel delirio di gruppo, due perfetti sconosciuti continuano a guardarsi in cagnesco. Lei lo osserva di sghimbescio, ma non lo teme affatto. I corpi si avvicinano, si contendono l’aria, lo spazio e ogni singolo passo. Si perdono un poco, prima di ritrovarsi ancora. Lui la punta, ne fiuta l’odore della fatica e della passione. Poi la sfiora. Alla fine la tocca, cingendole il fianco. Lei gli sorride. Non può fare altro. Non può dirgli niente, né può svincolarsi, perché stanno ballando, e la regola è questa. Poi la lotta continua: tra loro e attorno a loro. Si simulano duelli, fiondate e passi pesanti, colpi di sciabola e spada a sferzare l’aria e l’ebbrezza.
Ma dov’è la spada? La spada non c’è. La spada è la musica che batte e che scuote, è l’odore del mare lontano, è il sudore e la polvere sotto l’orlo di gonne, una nebbia di fumi, è un coro di voci, è lu mieru lallà, un tamburo che incalza su un grazie gridato alla gente.
C’era tutto questo in quei corpi stremati alla fine di ogni singola lotta tra il suono ed il corpo. Poi c’erano i visi arrossati e le gole arse. E c’erano anche gli occhi sgranati, verso l’alto, un po’ riversi all’indietro, e una smorfia di gioia e sorpresa nel sentirsi pronti a gettare ancora e ogni volta la propria stanchezza oltre l’inizio di un nuovo duello.”
DARIO CORIALE



