Lu stozzu de carta

Maggio 9, 2009

Cavalla Cavalla#2 – Good Night, and Good Luck

Archiviato in: Aperte Lettere, La storia siamo noi, Perspectives, World Wide Web, essi vivono — karnarakna @ 12:46 pm

Good Night, and Good Luck

Girato interamente in bianco e nero, il film racconta la storia vera del giornalista statunitense Edward R. Murrow, anchorman della CBS, figura storica della lotta al maccartismo.Il titolo Good Night, and Good Luck. (ovvero “Buonanotte e buona fortuna”) è la frase che il giornalista usava per salutare gli spettatori al termine del suo programma, See It Now.

Edward R. Murrow, celebre giornalista ed anchorman della CBS (Columbia Broadcasting System), viene a conoscenza di una lista di proscrizione redatta dal senatore del Wisconsin Joseph McCarthy nella quale vengono inseriti i nominativi di tutti coloro che sono sospettati di avere simpatie filo-comuniste. Tali sospetti, spesso inseriti per motivi arbitrari, inventando collegamenti con la “minaccia comunista” o enfatizzando dettagli trascurabili, vengono poi sottoposti a processi sommari dalla furia del senatore stesso, che con l’intento di “salvare” il paese ne mette in realtà a repentaglio la libertà. Murrow, indignato da tale comportamento, che calpesta ogni diritto civile, decide di divulgare la notizia e di dedicare parecchie puntate del suo show serale del martedì, See It Now, alla controversa figura del politico ed alle ingiustizie perpetrate ai danni di onesti cittadini statunitensi. Nonostante le intimidazioni e le minacce di morte subite, Edward, a sua volta accusato da McCarthy di avere contatti con l’Unione Sovietica, grazie anche all’apporto dello staff, diretto dall’amico e produttore Fred Friendly riuscirà a portare avanti la sua campagna di denuncia, e contribuirà a liberare l’America dal fanatismo del maccartismo e la sua moderna “caccia alle streghe”.

by Wikipedia

Il Prezzo della Libertà

da Rainew24

Senza libertà di espressione non esiste democrazia. Da questo punto di vista le cose sul pianeta non vanno per nulla bene. Nel suo rapporto annuale sulla libertà di informazione Freedomhouse parla di un arretramento generalizzato che coinvolge anche l’Italia. Il viaggio di scenari parte da Roberto Saviano e i giornalisti/scrittori minacciati in Italia dalla criminalità organizzata e dalla mancanza di pluralismo e arriva in paesi dove si può essere uccisi  o arrestati per un articolo o un filmato. All’inizio dell’anno sono stati assolti a Mosca  i presunti esecutori dell’omicidio di Anna Politkovskaja. Ma in Russia le cose vanno di male in peggio: proseguono le aggressioni e le intimidazioni nei confronti delle voci indipendenti. Il luogo dove il mestiere di reporter è più a rischio resta l’Iraq, ma anche in Messico, Colombia, Filippine, Iran la situazione è critica. In Italia l’associazione Information Safety and Freedom ha promosso una campagna per ottenere la liberazione di un giovane cronista afgano Sayed Parwez Kambaksh. E’ stato condannato a vent’anni di prigione per aver spedito via mail un articolo che difendeva i diritti delle donne. Il problema è che a infliggergli questa punizione, per presunta blasfemia, non sono stati i talebani, ma il regime di Karzai insediato dagli occidentali.

Il percorso di Scenari si conclude in Cina proponendovi il video “Prigionieri in Freedom City”, un documento eccezionale, il diario di un dissidente che filma ciò che vede dalla finestre di una casa dove è agli arresti domiciliari. Dopo aver effettuato queste riprese, Hu Jia è stato condannato a 3 anni e mezzo di prigione. In stato di detenzione ha ricevuto nel novembre scorso dal Parlamento europeo il Premio Sacharov.

Il silenzio è d’oro, anche quello di Santoro

di Carlo Vulpio

Il gip di Salerno proscioglie de Magistris e Vulpio. Il Tar Lazio dà ragione a Forleo. Il tribunale del Riesame di Roma scagiona Genchi

Lo avete letto da qualche parte? Ve lo ha detto qualche tv o qualche radio? No, non lo sapete. Forse qualcuno di voi lo sa, ma giusto perché ha scovato la notizia fra le “brevi”, poche righe e frettolose, o perché avrà letto l’unico articolo che si è occupato della vicenda, raccontandola però in maniera deformata e maliziosa.

E’ successo che io, il giudice Luigi de Magistris, il consulente Gioacchino Genchi e il giudice Clementina Forleo abbiamo avuto tutti ragione, purtroppo, nei diversi procedimenti aperti contro ognuno di noi.

Perché purtroppo? Perché dovevamo vederci riconosciuta questa ragione “prima”, non dopo. Io e de Magistris eravamo accusati di rivelazione di segreti d’ufficio, ma i giudici hanno detto che non era vero. Così Genchi. Accusato di essere un super spione fuorilegge, l’uomo che per Rutelli e Berlusconi era addirittura all’origine del “più grande scandalo della storia repubblicana”, Genchi è stato riconosciuto innocente. E Forleo? Il Tar del Lazio le ha dato finalmente ragione. La sentenza con cui il Csm l’ha trasferita a Cremona, ha detto il tribunale amministrativo, è ingiusta, va cancellata, e Forleo, se lo volesse, potrebbe tornare a Milano anche subito. Ma chi ha raccontato tutto questo? Perché per queste (e altre) vicende nessuno in Italia sente il dovere di fare un giornalismo onesto, quello che in America si individua con la splendida definizione di “honest journalism”?

Eppure c’è stato un linciaggio a reti e giornali unificati durato mesi e mesi, nel silenzio di giornalisti “liberi”, magistrati “indipendenti” e politici “onesti”. Eppure per ognuno di noi è cambiata la vita, perché quando accadono certe cose nulla è più come prima. Eppure lo avevamo detto e qualche volta anche urlato, non è che ce ne stiamo accorgendo adesso. Non c’è stato niente da fare. Ci danno ragione soltanto ora, cioè “dopo”. E tuttavia, nemmeno questo basta affinché un tg qualsiasi, un giornale qualsiasi, un talk show qualsiasi racconti – ma per intero, senza omettere nulla e senza “dimenticare” nessuno – come sono andate a finire quelle vicende che hanno causato il trasferimento di Forleo e de Magistris, la revoca dell’incarico a Genchi, la decisione del direttore del giornale per il quale lavoro di “sollevarmi” dall’incarico per le inchieste di cui mi stavo occupando. Pensate, non lo ha fatto nemmeno Michele Santoro.

Nella puntata di Anno Zero sull’informazione, in cui si sarebbe dovuto parlare di giornalismo “sdraiato” e “oscurato”, Santoro non ha trovato un minuto, un secondo, un attimo, per chiedere ai suoi ospiti – che so, a Paolo Mieli per esempio – com’è che il 3 dicembre 2008 mi hanno improvvisamente fatto smettere di scrivere su quelle inchieste che sono state all’origine dei guai di de Magistris, Forleo e Genchi, e che io seguivo da due anni. Un dibattito sul giornalismo oscurato che non parli del più clamoroso caso di oscuramento degli ultimi vent’anni, come dimostra la catena di sant’Antonio di rimozioni e trasferimenti che ne è seguita, è un’operazione ardita. Spiace dirlo, ma quella puntata di Anno Zero non è stata un esempio di “honest journalism”. Una volta Marco Travaglio, ospite di Daniele Luttazzi, disse che la differenza tra la Francia (dov’era in visita il premier Berlusconi) e l’Italia, per quelli che fanno il nostro mestiere, era che in Francia i giornalisti fanno domande. Ecco, io non so perché nemmeno lui abbia fatto una domanda, una sola, agli ospiti della trasmissione – che so, a Paolo Mieli per esempio. Sono portato a credere che Santoro possa averglielo impedito, e infatti Travaglio nella sua rubrica ha fatto un eccellente intervento su Genchi. Ma poiché non so se sia andata davvero in questo modo, giuro che appena vedo Marco glielo chiedo. Nemmeno Vauro, che io (come tanti altri) ho difeso quando è stato sospeso, ha fatto sentire la sua voce, o almeno il graffio della sua matita. Vauro, sospeso per una settimana, ha ricevuto (giustamente) tanta solidarietà pubblica. Io, sospeso “ad interim” e abrogato da Anno Zero come si sbianchetta una foto compromettente, non ho ricevuto nemmeno una telefonata di solidarietà privata da Vauro.

Nessuna telefonata nemmeno da Michele Santoro. Al mattino, il giorno della puntata sull’informazione, gli avevo anche  inviato un sms. Nessuna risposta anche all’sms. Giuro: non gli ho mai fatto niente di male, né mai ho avuto screzi con lui. Anzi. Non so cosa sia accaduto prima di quella puntata di Anno Zero. E forse non voglio nemmeno saperlo. Ma poiché non si tratta di un fatto personale, per principio e per rispetto di tutti quelli che mi seguono sul blog e hanno letto il mio libro “Roba Nostra” non posso anch’io far finta di nulla. E quindi, per ora, almeno una domanda la faccio: sarà stata questa la puntata “riparatrice” che era stata chiesta a Santoro per evitare rogne? Tipo un trasferimento, una sospensione, una sollevazione dall’incarico?

Elio e le Storie Tese

di Marco Travaglio

Dunque. Elio Letizia da Secondigliano, messo comunale, 12mila euro dichiarati all’anno, ha una figlia, Noemi, che veste firmato e va a scuola in Mercedes con autista. Lui conosce intimamente il premier, ma né lui né il premier spiegano come e quando si sono conosciuti. Anche Noemi conosce intimamente il premier: a 15 anni inviò un book di foto a Mediaset tramite un amico di Dell’Utri; poi, a 16-17 anni, iniziò a frequentare «papi» per tirargli su il morale col karaoke. Milano, Roma, Sardegna. Ma sempre, giura Ghedini, accompagnata dai genitori. Strano: i coniugi Letizia risultano separati da anni; e il Corriere ventila addirittura un’«amicizia particolare» tra Elio e un ex dirigente comunale. Quali armi di persuasione possieda Elio per convocare il premier da Milano alla circonvallazione di Casoria, posto da paura, non è dato sapere. Salvo credere al premier: «Elio voleva parlarmi delle candidature di Malvano e Martusciello». Uno è l’ex questore di Napoli, deputato Pdl; l’altro un consigliere regionale Pdl, fratello del coordinatore forzista in Campania. I due non han mai visto né conosciuto Elio. Che però, generoso com’è, li raccomandava lo stesso. Silvio rimane chiuso un’ora in aereo a Capodichino in attesa che Noemi entri alla festa. E, siccome ha deciso all’ultimo momento, le regala un collier che casualmente teneva in tasca, per ogni evenienza. Sempre casualmente, da sotto un tavolo, spunta un fotografo di «Chi» (Mondadori) per immortalare la scena. Tutto chiaro. Ecco perché Veronica e Mike Bongiorno trovavano perennemente occupato: era sempre al telefono con Elio

Il premier Berlusconi e l’introvabile titolo di futuri libri di testo

di Andrea Camilleri

Camilleri, siamo l’unico paese al mondo con un premier vietato ai minori, da mandare a notte fonda, quando, su certi canali, iniziano le programmazioni hard. «Papi» sta inaugurando un nuovo filone di commedia all’italiana, si fa per dire. E saranno titoli da cassetta: «Il premier e il gran debutto delle diciottenni»; «Il premier che voleva palpare alle cerimonie ufficiali»; «Il premier e le ministre alla scuola di partito»; «Il premier e le notti bianche finlandesi»; «Le fanciulle sulle ginocchia del premier»; «Indovina chi viene a cena? Papi».

C’è chi è passato alla storia per avere cambiato il suo paese, chi per avere promosso trattati internazionali fondamentali, chi per essersi prodigato per il benessere mondiale. In genere, questi celebrati personaggi sono, al contrario, detestati dagli studenti costretti a subirsi le innumerevoli pagine che i libri di storia dedicano loro. Non sarà così per gli studenti che, metti nel 2050, si imbatteranno nel grande statista italiano del quale è superfluo fare il nome. Si divertiranno un mondo. Naturalmente mi riferisco agli universitari, perché, come dice Lei caro Lodato, a quelli inferiori di anni 18 ne sarà proibita la lettura. Insomma, anche dopo la sua scomparsa, il nostro statista avrà ampi consensi. Specialmente se il libro di testo avrà un corredo di illustrazioni che riportano le immagini, al naturale, di alcune fra le sue più procaci collaboratrici politiche. Però, suppongo, che i film che ne celebreranno le gesta, alla stregua di un Napoleone o di un Lincoln, non avranno i titoli che Lei suggerisce. Quei titoli sono sulla scia, non della commedia all’italiana, ma dei film di quart’ordine con Alvaro Vitali nella parte di Pierino. E qui invece ne siamo distantissimi, ci troviamo a un livello assai più basso, quale però non so immaginare.

Angelo BiondiCrini

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