Lu stozzu de carta

Marzo 28, 2009

Cavalla-Cavalla#1

Archiviato in: Ambiente...ciò che potevamo, La storia siamo noi, essi vivono — karnarakna @ 2:26 pm

Cavalla di razza…quella della rai.

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Zorro di Marco Travaglio
l’Unità, 26 marzo 2009


Ferve sui giornali il dibattito sulla crisi dei giornali. Intanto gli stessi giornali continuano a nascondere le notizie (solo Repubblica e il Manifesto han raccontato la vittoria in appello di Santoro contro la Rai che si era opposta al suo reintegro deciso dal Tribunale) e a gonfiare le non-notizie. Per esempio la puntata di «Porta a Porta» con Karol Ratz, arrestato per gli stupri della Caffarella e di Primavalle, poi scarcerato per non averli commessi. Una puntata talmente arrapante da raccogliere appena il 9% di share (1 milione di spettatori). Eppure i giornali le hanno dedicato intere paginate, così i lettori che avevano girato alla larga da Vespa imparano. Non l’avete voluto vedere? Beccatevelo sul giornale.

La sera prima, l’insetto celebrava il Quindicennio Berlusconiano con un servizietto che attribuiva la caduta del primo governo del Cavaliere a «un avviso di garanzia della Procura di Milano» e quella del secondo governo Prodi a «un’inchiesta rivelatasi poi infondata su Mastella e la moglie». Due balle al prezzo di una. Il Berlusconi I cadde perché Bossi gli ritirò la fiducia, in dissenso sulla riforma delle pensioni, anzi su tutto. Il Prodi II cadde perché Mastella s’era accordato con Berlusconi e aveva preso a pretesto l’inchiesta di S.Maria Capua Vetere. Che non s’è rivelata affatto infondata: la Procura di Napoli ha appena depositato gli atti – preludio alla richiesta di rinvio a giudizio – a carico dei coniugi Mastella per concussione. Ma pareva brutto raccontare la verità. Intanto il dibattito sulla crisi dell’informazione prosegue, più appassionante che mai.

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e quindi parlando della suddetta  CRISI dei GIORNALI….vi prensento la signora Arianna Huffington

http://www.rainews24.it/ran24/player/video.asp?videoID=11442

Angelo BiondiCrini

PS. si consiglia la visione della puntata del 22/03/2009 di Report Modulazione di frequenze

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-11caae90-2d7a-441b-977d-7051dd684429.html?p=0

Marzo 17, 2009

LA CRISI STRUTTURALE DEL CAPITALISMO

Archiviato in: Crisi Globale 2009 — karnarakna @ 7:52 am

Immaginate un formicaio, con le sue regole interne, le sue gerarchie, le sue piccole eppur dolorose diseguaglianze. Questo formicaio si è formato con il tempo, proprio sotto ad un muretto a secco, e quel muretto a secco rappresenta per le formiche del formicaio il mondo, la natura, l’orizzonte ultimo oltre il quale niente può esistere, e se qualcosa esiste poco importa, le formiche non lo sanno. Una sera una volpe in cerca di galline urta una pietra pericolante che precipita proprio sulla bocca del formicaio, dove sono in atto grandi opere: oltre all’innumerevole quantità di morti e feriti, il formicaio è irrimediabilmente tappato. E le formiche, che niente avrebbero potuto fare per salvarsi, attribuiscono questa sciagura ad un fattore esterno, naturale, straordinario. Ad una abominevole dannazione. La crisi per tutti quelli che riversano fiumi di inchiostro sui giornali è proprio questo, un fattore straordinario, da ricercare tra pochi colpevoli esterni alla società, un masso precipitato addosso quando le cose in fondo andavano bene. Si predica la solidarietà nazionale, la concordia fra le classi, già si fanno avanti i predicatori, non importa se in tonaca o in camicia, che tanto il colore resta quello, il nero. Ma le cose non stanno così, la crisi è qualcosa che esiste dentro al formicaio, da cui traggono vantaggio alcune, poche, formiche, a discapito delle altre, che finiscono in fondo, nelle viscere della terra. Cosa è successo? Ma andiamo con ordine.

La crisi è esplosa ufficialmente quando, in estate, alcune banche sono crollate perchè avevano investito su dei titoli spazzatura, i cosiddetti CDO (Collateralized Debt Obligations), prodotti finanziari derivati. Le banche per comprare titoli come questo hanno speso più capitale di quello che avevano immobilizzato in banca o in altro modo, cosicchè quando ci si è accorti che questi titoli erano carta straccia, tutto i soldi investiti sono scomparsi, distrutti e polverizzati. Il motivo per cui questi titoli hanno perso valore è semplice, ma richiede alcuni passaggi in più. Questi titoli sono chiamati derivati perchè derivano dai mutui che i consumatori americani aprono per finanziare l’acquisto di una casa, in particolare dai mutui subprime, mutui concessi a persone con una situazione economica a rischio, con tassi di interesse particolarmente alti: una perdita improvvisa del posto di lavoro, un bisogno inaspettato di denaro possono mettere facilmente a rischio il pagamento del debito contratto. Questo ci introduce alla prima lezione della crisi: l’unica fonte del valore economico è il lavoro. Il lavoro produce beni e servizi reali, e il denaro vale soltanto perché simbolizza i prodotti del lavoro: 10 euro valgono per me solo perché con quella banconota posso acquistare merci e servizi reali che soddisfano i miei bisogni, e quei 10 euro li ho ricevuti in pagamento come salario solo perché ho venduto una merce reale (la mia forza lavoro) al capitalista. Per il capitalista un milione di euro vale perché può essere investito in macchinari, strutture e salari. Il valore del denaro è legato a doppio filo al prodotto reale, sia per il lavoratore che per il capitalista. I mercati finanziari non possono alterare questa legge economica, che è piuttosto la base del loro funzionamento. Infatti i mercati finanziari non producono valore economico ma solo carta. Perciò ogni titolo ha un corrispettivo nell’economia reale. I CDO derivano dal reddito che i lavoratori americani devono consegnare alla banca per pagare il debito con gli interessi contratti. Quello che ha fatto esplodere il meccanismo è stato il mancato pagamento da parte dei consumatori americani delle rate dei mutui, che ha creato una reazione a catena facendo perdere valore ai titoli ed alle case nello stesso momento. Chi aveva una casa che valeva 100 ora ha una casa che vale 80 ed ha perso il 20 % del valore investito, chi aveva dei titoli ha perso il 30% del valore investito. Le banche sono state salvate dallo Stato invocato a gran voce dagli stessi che un mese prima lo ammonivano a non intervenire negli affari del mercato. L’origine dello smottamento è stata l’insolvenza dei debitori americani, dunque dobbiamo indagare sul perché costoro hanno raggiunto condizioni economiche così precarie da abbandonare il pagamento del mutuo per la casa, un bene fondamentale per le loro vite. Il formicaio aveva già dei seri danni strutturali ed è bastata questa piccola scossa a decretare la frana. Qual è l’origine della frana?

Introduciamo dunque la seconda lezione della crisi: la nostra economia funziona secondo una legge fondamentale, cioè quella del profitto. Un’impresa investe dei soldi presi a prestito dalle banche nella produzione in base al profitto atteso: quando il profitto è alto si investe di più e l’economia cresce. Se invece il profitto è basso si investe di meno, si chiudono alcuni comparti che non rendono e si investe dove è più vantaggioso, dove esiste una possibilità di rendimento, oppure si rischia e si investe il capitale nel mercato finanziario attraverso le banche, capitale che verrà reinvestito da qualche altra parte, perchè è destino ineluttabile del capitale quello di dover rendere, è nella sua intrinseca natura. Il capitalismo va avanti in questo modo, come un miope che disperato brancola da uno scoglio ad un altro, ma inevitabilmente verso il baratro. Nel 1973 l’economia degli Usa e di molti paesi europei ha subito una flessione. Cioè i tassi di crescita fino ad allora registrati hanno iniziato a decrescere per la prima volta dalla seconda guerra mondiale. Da allora l’economia ha continuato a crescere, ma ad un tasso sempre più basso, ed il 2009 sarà inevitabilmente un anno di recessione, cioè di contrazione dell’economia, tanto da far dichiarare al governo tedesco un tasso di crescita atteso del -3%. La crisi del capitalismo è dunque una realtà che esiste da almeno trent’anni e che trova il suo perchè nella caduta tendenziale del saggio di profitto spiegata da Marx un secolo e mezzo fa. I capitali trovano difficoltà ad essere investiti perchè non è accettabile il saggio di profitto atteso. La risposta a questa crisi è stata anche la causa del suo aggravarsi: negli USA Reagan ed in Gran Bretagna la Tatcher hanno abbattuto le precedenti economie miste ed hanno aperto l’era del neoliberismo. Essa è sintetizzabile in poche parole: privatizzazione, finanziarizzazione, attacco al salario e keynesismo di guerra.

La privatizzazione dell’economia è lo smantellamento dell’offerta pubblica di beni e servizi, sintetizzabile nel fatto che alcune aziende pubbliche vengano svendute ai privati. Queste aziende, che operano soprattutto nel campo dei servizi, accolgono i capitali che fuggono dalla concorrenza e agiscono quindi in regime di monopolio naturale, cercando di salvare in questo modo i profitti. I servizi pubblici, una volta pubblici, sono privatizzati e gestiti in nome del profitto e non dell’accesso libero e della gratuità del servizio stesso.

La finanziarizzazione è la possibilità di scommettere sul mercato finanziario con più libertà, ad esempio anche sui mutui o sulle partite di calcio, mentre prima ciò non era possibile. Inoltre i capitali si muovono molto più liberamente da un paese all’altro e prolificano quindi i paradisi fiscali. Cresce a dismisura l’economia fittizia, virtuale, cioè quella che si basa sulla speculazione pura, sullo scommettere denaro in borsa, cosicchè questa economia non produce valore, come abbiamo già visto, ma finchè tutti hanno fiducia, si regge sui debiti contratti per poter giocare, e se non si sa dove investire il capitale si può giocare e scommettere al rialzo. Finchè non accade che una crisi di insolvenza come quella dei mutui fa crollare il valore di alcuni titoli, gli investitori presi dal panico cominciano a vendere i titoli al ribasso facendo perdere loro valore, alcune banche crollano seminando sfiducia finchè non rimane che un cumulo di macerie dove prima erano stati investiti capitali enormi.

L’attacco al salario è stato ininterrotto, e passa dallo smantellamento dei servizi sociali, dalla desindacalizzazione di grandi fasce di lavoratori, da accordi firmati al ribasso dai maggiori sindacati (nel nostro caso Cgil, Cisl e Uil), dalla delocalizzazione produttiva (come nel caso di numerose aziende manifatturiere salentine), dallo sfruttamento di manodopera internazionale, i migranti, con scarso potere contrattuale. La xenofobia dei partiti neofascisti o localisti è strumentale dunque ad un abbassamento costante del salario sia degli immigrati o degli sfruttati di ogniddove, sia dei lavoratori del primo mondo. Un esempio italiano è l’attacco diretto al salario differito, la pensione, colpito prima dalle riforme “tecniche” degli anni ‘90, poi dai vari Governi di centro destra e di centro sinistra (con l’avallo dei sindacati confederali), infine dalla truffa del TFR affidato attraverso i fondi pensione ai pericolosi giochi di borsa tra capitalisti, che ha causato il ridursi della liquidazione di molti lavoratori coinvolti.

Il keynesismo di guerra è la capacità di stimolare la domanda di prodotti militari con la spesa pubblica, tramite l’interventismo militare stesso. Il blocco militar-industriale dell’economia assume quindi un’importanza strutturale sia nel sistema economico (l’economia di uno stato perennemente in guerra come Israele è costituita per il 25% dal settore militare), sia nello Stato. Balcani, Afghanistan e Medio Oriente sono un affare per molti.

Come appare chiaro da queste brevi definizioni l’origine della crisi ha cause profonde. I licenziamenti di massa degli anni ‘80, gli attacchi all’istruzione pubblica, alla sanità, alla previdenza ed alla assistenza cui assistiamo ormai da 26 anni in Italia, sebbene di volta in volta giustificati come risposta all’invecchiamento della popolazione o agli sprechi dell’amministrazione, rispondono in realtà alla medesima logica di compressione del salario diretto o indiretto (i servizi sociali), valore destinato all’accumulazione di capitale, ma anche alla speculazione edilizia e finanziaria. Secondo il quotidiano “Repubblica”, in un articolo pubblicato nel Maggio 2008, dagli anni ‘80 ad oggi i lavoratori in Italia hanno perso a danno dei profitti dei padroni circa l’8% del PIL (120 miliardi), e cifre analoghe si riscontrano negli altri paesi a capitalismo avanzato. Appare dunque chiaro come questo processo comune abbia prodotto l’impoverimento delle classi medie, nonché del proletariato industriale, ed abbia parallelamente generato una enorme bolla finanziaria.

Semplice e chiara, la terza lezione della crisi è: la crisi dell’economia reale ha generato la crisi finanziaria, e non il contrario. Coloro che predicano “il ritorno all’economia reale” si comportano come il toro che a testa bassa insegue il drappo rosso, incurante delle proprie ferite. Viviamo in economie di servizi che importano prodotti a basso costo dalle economie industriali emergenti. Perchè le nostre banche siano nuovamente in grado di offrire investimenti hanno bisogno di capitale. Ma le economie ricche di capitale sono quelle esportatrici di prodotti di largo consumo, come la Cina, l’India o altri dragoni asiatici e quelle esportatrici di materie prime, come la Russia, i paesi dell’OPEC ed il Brasile. Nella visione della borghesia euroamericana l’unico modo per conservare a proprio favore i rapporti di forza internazionali in queste condizioni di dipendenza si chiama guerra di rapina, sostenuta a livelli più distruttivi di quelli visti durante il conflitto Iracheno. La crisi strutturale del capitalismo qui descritta, per molti di noi esiste già da tempo, si chiama disoccupazione, perdita di potere d’acquisto, aumento dell’età pensionabile, aumento dei ritmi, precarietà, part-time, dequalificazione del sapere, perdita dei diritti sociali, repressione, guerra. Nei prossimi numeri descriveremo la crisi materiale del capitalismo, profondamente intrecciata con quella strutturale, rappresentata dall’inquinamento, dal lento deperimento delle risorse petrolifere, dall’urbanizzazione vorticosa che si realizza in Cina, tutti fattori che determinano una inflazione costante a livello mondiale. Nonostante la dualità della crisi, il compito di superare questo modo di produzione della ricchezza e questo modello di sviluppo non può che ricadere ancora una volta sulla classe operaia, come già stato per la Resistenza antifascista e per la Repubblica fondata sul lavoro. Se tale risposta tarderà a venire, è enorme il pericolo di regressione sociale e morale che ci attende. La vostra crisi non continueremo a pagarla!!!!

Lorenzo Alba

tratto da “La Rosa Rossa”, periodico salentino

Marzo 2, 2009

What you don’t know about Western Sahara

Archiviato in: Saharawi — Tag:, , , , — karnarakna @ 1:22 pm


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Stato (nome ufficiale): Repubblica Araba Saharawi Democratica
Capitale: El Ayoun (Laayoune), 187.000 (2003)
Governo: Muhammad Abdelaziz, presidente della Repubblica dal 1982 e segretario generale del Fronte Polisario;

Boucharaya Hammoudi Bayoune, primo ministro dal 1999.

L’Assemblea nazionale (parlamento) è formata da 101 membri, eletti dai consigli locali e regionali e controlla l’esecutivo.
Religione: Musulmana
Lingua: Arabo e spagnolo (ufficiali). Molti Saharawi parlano l’hassaniya.
Partiti politici (principali): Fronte Popolare di Liberazione del Saguiat al Hamra e Rio de Oro (Fronte Polisario), fondato il 10 maggio del 1973.

STORIA DEL POPOLO SAHARAWI

  • 1884 Il trattato di Berlino definisce i confini del Sahara Occidentale – colonia spagnola abitata dal popolo Saharawi – rispetto a Marocco e Mauritania, colonie francesi.
  • 1970 Il 17 Giugno (data storica per i Saharawi) prende vita una dimostrazione, poi chiamata Intifada di Zemla, ferocemente repressa dagli occupanti spagnoli.
  • 1973 Viene fondato il Fronte Polisario (Fronte di Liberazione di Saghia-el-Hamra e Rio de Oro), il cui manifesto è di combattere fino all’indipendenza del popolo Saharawi e al riconoscimento della sua sovranità sulla propria terra.
  • 1974 Nell’accordo di Rabat, il Marocco e la Mauritania decidono di dividersi il territorio e le ingenti risorse naturali del Sahara Occidentale.
  • 1975 La commissione inviata dall’ONU riconosce il diritto del popolo Saharawi all’autodeterminazione.
  • 1975 La Spagna cede definitivamente il Sahara Occidentale a Marocco e Mauritania. Questi invadono il territorio Saharawi contrastati dalla resistenza del Fronte Polisario; una parte della popolazione civile, per sfuggire al genocidio, si rifugia nel deserto algerino, in prossimità di Tindouf; il Marocco attua l’invasione tramite la Marcia Verde, insediamento di coloni marocchini nel territorio del Sahara Occidentale.
  • 1976 L’ONU condanna l’accaduto, ma senza alcun intervento concreto.
  • 1976 Viene proclamata la RASD (Repubblica Araba Saharawi Democratica),riconosciuta da 74 paesi.
  • 1978 La Mauritania, a seguito di un golpe militare, rinunzia al conflitto e il nuovo governo ratifica (1979) un accordo di pace con il Fronte Polisario; il Marocco raddoppia quindi il proprio sforzo bellico ed invade anche la parte meridionale del Sahara Occidentale.
  • 1978 La Spagna riconosce il Fronte Polisario.
  • 1979 Il re del Marocco firma la carta dei diritti dell’uomo
  • 1982 La RASD è ammessa quale 51° stato membro dell’OUA (Organizzazione dell’Unità Africana) ed il Marocco, per protesta, se ne dissocia.
  • 1985 Il Marocco si dichiara disponibile ad affrontare il referendum, confidando sul fatto che ormai la popolazione presente nei territori rivendicati è costituita in buona parte da coloni marocchini; è quasi ultimata la costruzione di un muro lungo quasi 2.700 km, realizzato dal Marocco a difesa dei territori occupati.
  • 1988 Risoluzione ONU 621/88 e seguenti: viene istituita la MINURSO (Missione delle Nazioni Unite per il Referendum del Sahara Occidentale) e stabilito un piano di pace.
  • 1989 Il Parlamento Europeo adotta una risoluzione a favore dell’autodeterminazione e dell’indipendenza del Popolo Saharawi.
  • 1991 Il 28 giugno il Marocco ed il Fronte Polisario accettano la tregua fissata per il 6 settembre 1991 e fissano il referendum per il gennaio 1992 da eseguirsi secondo le liste del censimento spagnolo del 1974. Questo referendum non è mai avvenuto.
  • 1991 Il 4 ottobre il Marocco organizza una seconda Marcia Verde alla quale prendono parte 155.000 coloni Marocchini, portando a 7 a 1 il rapporto tra Marocchini e Saharawi.
  • 1992 Il 15 gennaio il Parlamento Europeo nega la concessione di nuovi aiuti al Marocco fin quando non adempirà alle risoluzioni dell’ONU.
  • Dopo oltre 10 anni di attesa e di lavoro nonviolento, la popolazione è stanca. La diplomazia non ha sortito alcun effetto.
  • 2003 un Piano di pace (Piano Baker), che prevede il referendum al termine di quattro-cinque anni di ampia autonomia, viene accettato dal Polisario, ma rifiutato dal Marocco
  • Maggio 2005 i Saharawi residenti nei territori occupati danno origine a una sollevazione non violenta duramente repressa dal Marocco, che non sembra voler arretrare di un millimetro.
  • 18 agosto 2005 la liberazione da parte del Polisario, degli ultimi 404 prigionieri marocchini favorisce una maggiore distensione del clima e riapre uno spiraglio di pace.

I campi profughi dei rifugiati saharawi, nella desolata regione desertica chiamata Hammada (in arabo “sofferenza”), sono controllati dal loro stesso governo piuttosto che da un’agenzia internazionale o dal Paese ospitante. Nell’area, l’Algeria ha dato un’autonomia di fatto alla Repubblica Araba Saharawi Democratica che è tra l’altro uno dei membri dell’Unione Africana. L’organizzazione dei campi è efficiente ed è stata data priorità ai servizi sanitari e d’istruzione. Ma i quasi 165.000 Sahrawi (letteralmente: gente del deserto) rifugiati nei campi a ovest della città algerina di Tindouf, dipendono interamente dall’aiuto alimentare internazionale, recentemente ridotto in quantità e qualità. Così il 35% dei bambini soffre di malnutrizione cronica, il 13% di malnutrizione acuta e aumentano i bambini in cui si registrano ritardi nella crescita. La speranza di vita è di 45 anni per le donne e di 47 per gli uomini.

Sono una tribù nomade che discende da schiavi africani, beduini arabi e berberi dal Sanhanja. Sono in genere musulmani sanniti; parlano spagnolo e l’hassanya, una delle lingue arabe. Nella parte occupata del Sahara occidentale i Saharawi devono affrontare discriminazioni e la severa repressione delle autorità marocchine. Si calcola che circa un milione di Saharawi siano dispersi.

Tutti i bambini frequentano la scuola, mangiano e ricevono cure mediche gratuite. Ma non si può dire che le cure specialistiche e l’alimentazione sicura siano ormai diritti acquisiti. Dopo i 15 anni possono decidere di andare a studiare in Algeria o in altri paesi del Mediterraneo. Fanno parte della seconda generazione di Saharawi che non ha mai conosciuto la propria terra, se non attraverso i racconti dei nonni. Nel 1976, mentre i loro padri e fratelli combattevano, le loro madri si prendevano carico di organizzare la vita nei nuovi insediamenti.

Le donne Saharawi hanno dato vita a forme innovative di autogestione degli affari sociali e assicurato alle bambine uguali opportunità rispetto ai maschi nell’accesso all’istruzione e alla formazione professionale. Hanno garantito dignità e orgoglio a una comunità povera e sofferente che abita in alloggi precari e sopravvive grazie agli aiuti umanitari di agenzie dell’ONU, Unione Europea e varie associazioni, comitati e volontari sparsi per il mondo. Qui le attività produttive sono davvero poche. La fertilizzazione di un piccolo quadrato di terra, l’allevamento individuale di capre e cammelli e la vendita di prodotti acquistati in Mauritania non offrono molto, e soprattutto non sono redditizi, come lo sarebbe lo sfruttamento delle risorse presenti al di là del muro: i giacimenti di fosfati e i 1.200 chilometri di costa ad alto livello di pescosità.

Arrivando a sud-ovest dell’Algeria si vedono le tendopoli che ospitano la popolazione saharawi, da quando inseguiti dalle bombe al napalm del Marocco, i profughi lasciarono quella che da sempre è la loro terra: il Sahara occidentale. Qui la rabbia e l’amarezza dell’esilio offre un’immagine ancora più cruda a questo deserto, un’immagine sicuramente meno romantica rispetto a quella a cui siamo stati abituati nella nostra fantasia.

Nell’immaginario collettivo dell’Occidente, il deserto ha sempre rappresentato un luogo di fuga e di silenzio, ma soprattutto un paesaggio sognante sotto il sole che tramonta, con dolci dune e grandi oasi. L’Hammada è, invece, un tappeto infinito e monotono di pietre e i campi si distendono su un paesaggio selvaggio nella sua desolata aridità.

I nomi della principale città del Sahara Occidentale, El-Ayoun (la capitale), Smara (la città santa), Dakhla (la città portuaria più importante) e Ausserd (una piccola città dell’interno) e 27 de Febrero sono i distinti gruppi di tendopoli, o wilayas, in cui i rifugiati furono distribuiti dopo che nacque l’idea di assegnare simbolicamente alla terra d’esilio la rappresentazione della patria appena abbandonata. I campi profughi sahrawi, infatti, sono particolari in quanto assommano in sé le caratteristiche proprie dei comuni campi profughi come, purtroppo, siamo abituati a conoscere, ma possiedono anche le caratteristiche di un’organizzazione statale articolata su vari livelli.

Così la Repubblica Araba Sahrawi Democratica si è sviluppata, creando ministeri, uffici, formando funzionari, il parlamento, e l’amministrazione (giustizia, relazioni esterne..), aspetti fondamentali perché esplicitano l’interdipendenza tra i membri di un gruppo.

Si sono sviluppati gli ospedali, i dispensari e tutta l’infrastruttura sanitaria; è nata, almeno per alleviare quel senso di attesa perenne e di impotenza tipico, come abbiamo visto nel primo capitolo, di luoghi come i campi profughi, la formazione professionale per uomini (“Gassuani”) e donne (“27 de febrero”) e l’alfabetizzazione per gli adulti, sono nati musei, un centro di accoglienza per le delegazioni straniere in visita ai campi (“Rabouni”), sono nati i gruppi folcloristici, canzoni, poesie e balli. Sono nate anche le scuole, per la presenza di molti bambini saharawi che hanno vissuto questa condizione dalla nascita e che stanno dando vita alla seconda generazione di profughi. In particolare, ci sono due istituti-internato per bambini, (“12 de octubre” e “9 de junio”), che sono luoghi importanti nella crescita del bambino saharawi perché di preparazione alla loro futura, se pur temporanea, vita all’estero.

Ogni wilayas, o provincia, a loro volta si suddivide in sei e sette comuni (dairas), e ogni dairas si divide in quattro quartieri nell’ambito dei quali sono previsti 5 Comitati popolari, competenti nei settori chiave: educazione, sanità, affari sociali, approvvigionamento alimentare, artigianato.

La condizione in cui è nato questo Stato profugo ha costretto i saharawi a seguire un modello di tipo socialista, inoltre, alcuni degli aiuti più importanti sono arrivati da paesi come la Libia, Cuba e per una grandissima parte dall’Algeria che già in qualche modo avevano organizzazioni di tipo socialista o comunista. Negli anni ’80 Fidel Castro, da sempre solidale con la rivoluzione saharawi, fece costruire a Smara, ad esempio, il primo centro per bambini con handicap fisico e mentale gestito da volontari saharawi, alcuni specializzati in educazione speciale, altri laureati all’estero in medicina e tanti semplici volontari. Sono progetti che piano si stanno allargando anche alle altre province, iniziative nelle quali vengono coinvolti soprattutto le donne e i giovani del villaggio appena ritornati dall’estero per motivi di studio. Infatti, di solito nei campi vivono donne, bambini, anziani e pochi uomini, la maggior parte giovani sotto i trent’anni, perché molti sono al fronte, nei territori liberati del Sahara Occidentale. Anche se la guerra è per adesso sospesa, questa assenza è visibile e le donne la ripropongono spesso nei loro discorsi. La famiglia è, in generale nel mondo arabo ed in particolare tra le popolazioni di origine nomade, il cuore pulsante dell’organizzazione sociale. Le parentele, che si intrecciano come una fitta ragnatela sono espressione dei vari matrimoni della donna (il divorzio può essere chiesto da entrambi i coniugi, con la possibilità anche per la donna di risposarsi) o dei suoi genitori e soprattutto sono molto prolifici: nell’arco di tre generazioni si arriva a circa 100 individui.

Vivono tutti insieme in grandi tende, ‘jaimas’, tutte uguali (diverse dalle tende tradizionali dei nomadi), costruite in loco con stoffa dell’O.N.U. o del nord-Europa. Le tende sono rettangoli di una dimensione variabile tra i 15 ed 30 mq., con quattro entrate, di cui una sempre aperta, vicino la quale si lasciano le scarpe perché all’interno ci sono stuoie, tappeti e dei materassi sintetici disposti a perimetro della tenda per sedersi e per dormire. Non ci sono sedie e tavoli, si sta seduti sui materassi o per terra anche per mangiare. Dentro le tende si può trovare qualche piccolo mobiletto per riporre le poche cose disponibili, molte coperte per il rigido inverno, cuscini ed il necessario per il the: un grande vassoio d’ottone o di rame, un fornellino alimentato dalla brace o dal gas, una piccola teiera, tanti piccoli bicchieri, the verde cinese e zucchero.

Il the per i saharawi rappresenta la bevanda tradizionale per eccellenza, dal momento che è più salutare dell’acqua. Ha anche una funzione reidratante e “alimentare”, l’alto contenuto di zucchero, infatti, diminuisce l’appetito e consente di reggere ad una dieta molto “spartana”. Naturalmente l’uso prolungato può provocare anche casi di diabete, malattia incredibilmente diffusa negli accampamenti. L’acqua bollente viene versata sul primo bicchiere nel quale viene messo il the, poi con gesti abili ed eleganti, inizia il travaso da un bicchiere all’altro. Questa operazione viene ripetuta decine di volte e quando il te è pronto per essere bevuto è denso, dolce e con la schiuma. Il the viene offerto per tre volte: il primo bicchiere è amaro come la vita, il secondo dolce come l’amore e il terzo soave come la morte. In questo modo il the diventa un rituale che ripetuto diverse volte al giorno (da uomini e donne indifferentemente) serve a riempire le lunghissime giornate nel deserto ed a facilitare la socializzazione. Questo gesto è il massimo della considerazione che i saharawi hanno per i loro ospiti. Questa gente, che non ha veramente nulla possiede l’antica capacità di far star bene, di saper accogliere e far sentire importante l’ospite.

Una tenda viene costruita ogni volta che si forma un nuovo nucleo familiare e vicino a questa si costruisce anche una casetta in mattoni (fatti di argilla ed essiccati al sole), coperta con metallo, che servirà da cucina. Da qualche anno molte famiglie hanno iniziato a costruire anche dei bagni (con fosse a dispersione nel terreno) e delle ulteriori costruzioni che vengono utilizzate in inverno per proteggersi dal freddo. Questo costruire è aumentato molto da quando il processo di pace è divenuto stagnante perché molte persone, stanche di vivere questo tipo di vita, hanno deciso di adeguare un poco la loro abitazione al trascorrere degli anni. Il governo non incentiva queste costruzioni, come fa con la tenda, jaima, che viene concessa, ma non le ostacola in nessun modo.

Tutte le necessità primarie, materiali degli individui sono soddisfatte da questo che, attraverso il Comitato dell’alimentazione della daira, distribuisce dallo zucchero alla farina, dal latte in polvere ai vestiti ed al gas per l’illuminazione e per la cucina.

Tutto dipende dagli aiuti umanitari forniti dall’Ufficio umanitario della Comunità europea (ECHO), dai vari organismi internazionali (CISP, PAM, HCR, CEE, ecc.), dalla Mezza Luna Rossa Algerina e dalla solidarietà internazionale che da 28 anni lavora soprattutto alla ricerca di risorse per coprire le necessità di base. L’Alto Commissariato dell’ONU per i Rifugiati fornisce ogni anno circa 25mila tonnellate di aiuti, cui se ne aggiungono 7mila della UE, sostegno importantissimo, ma che non deve diventare una politica compensativa per il continuo ritardo di una soluzione finale del conflitto e, quindi, conclusione del periodo di rifugio.

Il cibo, i vestiti e gli oggetti di utilità (taniche, bombole di gas, lampade) sono distribuiti equamente e mensilmente a tutte le famiglie, integrati solo dal latte proveniente dalle capre allevate ai margini del deserto o dalle poche verdure che si riescono a coltivare, non senza problemi vista l’alta salinità del suolo, grazie alle pompe d’acqua. La mancanza di prodotti freschi ha portato negli anni al verificarsi progressivo di maggior vulnerabilità, soprattutto per alcune fasce della popolazione come le donne in periodo di gravidanza e allattamento e i bambini sotto i 6 anni.

Qui la gente vive, sotto il cielo infinito di una terra che non vede mai acqua, che nelle rarissime volte in cui è colpita da un acquazzone è capace di far fiorire miriadi di semi che da anni aspettano tra le rocce, mentre con la stessa forza può distruggere le precarie abitazioni, spazzando via i pochi averi. Anche se le wilayas sono ben organizzate molto è ancora da fare, soprattutto ciò che può far cessare l’esilio in questo deserto, permettendo a questa gente di non vivere più in questa carcere a cielo aperto.

Dice un proverbio saharawi: il coraggio è di vivere per la libertà!

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