Pubblicato 02 07 2008 da ufficio stampa Pagina Stampabile
Pochi giorni fa si è celebrata, nel silenzio dei media italiani, la giornata mondiale del rifugiato. Ma ci sono anche coloro che non possono tornare nella propria terra, neppure per una visita, come accade ai tanti palestinesi che hanno trovato una residenza altrove.
Luisa Morgantini ci ha segnalato il caso di Zeina, figlia di Hanan Ashravi, importante esponente del Consiglio Legislativo palestinese, oggi cittadina americana, che si è vista rifiutare l’ingresso nella sua terra.
Quella di Zeina Emile Sam’an Ashrawi è purtroppo una fra le tante e semplici storie della Palestina moderna: nata a Gerusalemme il 30 Luglio, 1981 ed emigrata negli U.S.A. a 17 anni, finisce la scuola superiore in Pennsylvania e completa i suoi studi negli States, fortunatamente lontana dai pericoli e dalle tensioni, che la sua regione ci ha abituato a conoscere.
Come tanti ha vissuto la propria condizione di emigrata mantenendo, negli anni, un contatto con la propria terra d’origine riuscendo sopratutto a coltivare i rapporti con la famiglia attraverso brevi periodi approvati dalle autorità israeliane che, sostanzialmente, regolano il flusso migratorio dei palestinesi nel mondo verso la regione controllata dalle truppe dell’esercito d’Israele.
Ad oggi la carta di identità palestinese e il documento di viaggio (il laissez passer) di Zeina sono stati revocati e dichiarati “non più validi”.
Non si può dire che questa condizione, in cui si trovano moltissimi emigrati e profughi palestinesi, sia una novità.
Le Iniziative Palestinesi per il Diritto al Ritorno in Libano, Siria, Giordania, Palestina, Canada-USA da anni portano avanti campagne di sensibilizzazione e di protesta che recentemente sono riuscite a coinvolgere perfino il Dipartimento di Stato USA, il quale ha formalmente presentato una protesta presso la ambasciata israeliana di Washington relativa alle restrizioni di accesso operate sui cittadini statunitensi (sono infatti numerosi i casi di cittadini USA di origine palestinese) che vogliono usufruire del diritto del popolo palestinese a fare ritorno alla sua patria ed a rientrare nei suoi sacrosanti diritti storici, basati sui principi di giustizia, validi ancora prima della loro codificazione nell’ambito del Diritto Internazionale.
Questo genere di restrizioni sul rientro dei Palestinesi poggia sulla risoluzione n. 194, adottata l’11 dicembre 1948 che ha però differenti interpretazioni intrinseche dettate dal fatto che: mentre Israele compie una distinzione, tra esiliati, profughi e deportati; i Palestinesi, al contrario, la considerano una base su cui poter contare per garantire il possibile ritorno dei profughi dal 1948, sostenendo il ricongiungimento familiare e anche dei discendenti.
Ciò che spaventa Israele è che quest’ ultima chiave di lettura significherebbe l’apertura delle frontiere a quattro milioni di palestinesi che potrebbero rientrare in Israele diventando una “possibile minaccia” verso il principio di autodeterminazione nazionale israeliano.
La stessa di risoluzione, al paragrafo 11, afferma il diritto dei profughi palestinesi a ritornare alle loro originali residenze e paesi dai quali furono allontanati durante la guerra.
Il paragrafo 2 istituisce presso le Nazioni Unite la Commissione di Conciliazione per la Palestina – NCCP, con sede a Gerusalemme – per l’implementazione del Diritto al Ritorno.
Questo compito doveva essere eseguito dall’UNPRP (United Nations Relief for Palestine Refugees) ossia Ente di Assistenza dell’ONU per i Profughi Palestinesi, sostituito qualche mese dopo dall’UNRWA(United Nations Relief and Works Agency).
Il problema sostanziale che scaturisce dalla risoluzione è dato dal fatto che il diritto al rientro non è una norma obbligatoria, ma più che altro una prassi “consigliata” al governo Israeliano che negli ultimi anni ha reso sempre più stretta la morsa del controllo.
La storia di Zeina è emersa grazie al rilievo che occupa la madre :Hanan Ashrawi, componente della IWC (International Women Commission) , presidente del Miftah e componente del Consiglio Legislativo Palestinese, ma sono innumerevoli le persone soggette ad una privazione, non solo fisica di poter accedere alla propria terra, ma soprattutto ideologica che mira ad una progressiva sradicazione del popolo Palestinese dai suoi territori d’origine, dalla sua cultura e dai luoghi in cui la propria storia si è sviluppata(i profughi palestinesi sono oramai circa i due terzi dei palestinesi nel mondo).
Ci troviamo quindi di fronte ad un sistema semplice guidato dall’alto, forte di una burocrazia tentacolare che il più delle volte risulta completamente inaccessibile ai singoli e che permette in poche generazioni di rendere i palestinesi nel mondo sempre più esiliati da quella terra di cui rivendicano il diritto inalienabile di poter conoscere, vivere ed amare.
Il diritto al ritorno per i Palestinesi
Pubblicato 02 07 2008 da ufficio stampa Pagina Stampabile
Pochi giorni fa si è celebrata, nel silenzio dei media italiani, la giornata mondiale del rifugiato. Ma ci sono anche coloro che non possono tornare nella propria terra, neppure per una visita, come accade ai tanti palestinesi che hanno trovato una residenza altrove.
Luisa Morgantini ci ha segnalato il caso di Zeina, figlia di Hanan Ashravi, importante esponente del Consiglio Legislativo palestinese, oggi cittadina americana, che si è vista rifiutare l’ingresso nella sua terra.
Quella di Zeina Emile Sam’an Ashrawi è purtroppo una fra le tante e semplici storie della Palestina moderna: nata a Gerusalemme il 30 Luglio, 1981 ed emigrata negli U.S.A. a 17 anni, finisce la scuola superiore in Pennsylvania e completa i suoi studi negli States, fortunatamente lontana dai pericoli e dalle tensioni, che la sua regione ci ha abituato a conoscere.
Come tanti ha vissuto la propria condizione di emigrata mantenendo, negli anni, un contatto con la propria terra d’origine riuscendo sopratutto a coltivare i rapporti con la famiglia attraverso brevi periodi approvati dalle autorità israeliane che, sostanzialmente, regolano il flusso migratorio dei palestinesi nel mondo verso la regione controllata dalle truppe dell’esercito d’Israele.
Ad oggi la carta di identità palestinese e il documento di viaggio (il laissez passer) di Zeina sono stati revocati e dichiarati “non più validi”.
Non si può dire che questa condizione, in cui si trovano moltissimi emigrati e profughi palestinesi, sia una novità.
Le Iniziative Palestinesi per il Diritto al Ritorno in Libano, Siria, Giordania, Palestina, Canada-USA da anni portano avanti campagne di sensibilizzazione e di protesta che recentemente sono riuscite a coinvolgere perfino il Dipartimento di Stato USA, il quale ha formalmente presentato una protesta presso la ambasciata israeliana di Washington relativa alle restrizioni di accesso operate sui cittadini statunitensi (sono infatti numerosi i casi di cittadini USA di origine palestinese) che vogliono usufruire del diritto del popolo palestinese a fare ritorno alla sua patria ed a rientrare nei suoi sacrosanti diritti storici, basati sui principi di giustizia, validi ancora prima della loro codificazione nell’ambito del Diritto Internazionale.
Questo genere di restrizioni sul rientro dei Palestinesi poggia sulla risoluzione n. 194, adottata l’11 dicembre 1948 che ha però differenti interpretazioni intrinseche dettate dal fatto che: mentre Israele compie una distinzione, tra esiliati, profughi e deportati; i Palestinesi, al contrario, la considerano una base su cui poter contare per garantire il possibile ritorno dei profughi dal 1948, sostenendo il ricongiungimento familiare e anche dei discendenti.
Ciò che spaventa Israele è che quest’ ultima chiave di lettura significherebbe l’apertura delle frontiere a quattro milioni di palestinesi che potrebbero rientrare in Israele diventando una “possibile minaccia” verso il principio di autodeterminazione nazionale israeliano.
La stessa di risoluzione, al paragrafo 11, afferma il diritto dei profughi palestinesi a ritornare alle loro originali residenze e paesi dai quali furono allontanati durante la guerra.
Il paragrafo 2 istituisce presso le Nazioni Unite la Commissione di Conciliazione per la Palestina – NCCP, con sede a Gerusalemme – per l’implementazione del Diritto al Ritorno.
Questo compito doveva essere eseguito dall’UNPRP (United Nations Relief for Palestine Refugees) ossia Ente di Assistenza dell’ONU per i Profughi Palestinesi, sostituito qualche mese dopo dall’UNRWA(United Nations Relief and Works Agency).
Il problema sostanziale che scaturisce dalla risoluzione è dato dal fatto che il diritto al rientro non è una norma obbligatoria, ma più che altro una prassi “consigliata” al governo Israeliano che negli ultimi anni ha reso sempre più stretta la morsa del controllo.
La storia di Zeina è emersa grazie al rilievo che occupa la madre :Hanan Ashrawi, componente della IWC (International Women Commission) , presidente del Miftah e componente del Consiglio Legislativo Palestinese, ma sono innumerevoli le persone soggette ad una privazione, non solo fisica di poter accedere alla propria terra, ma soprattutto ideologica che mira ad una progressiva sradicazione del popolo Palestinese dai suoi territori d’origine, dalla sua cultura e dai luoghi in cui la propria storia si è sviluppata(i profughi palestinesi sono oramai circa i due terzi dei palestinesi nel mondo).
Ci troviamo quindi di fronte ad un sistema semplice guidato dall’alto, forte di una burocrazia tentacolare che il più delle volte risulta completamente inaccessibile ai singoli e che permette in poche generazioni di rendere i palestinesi nel mondo sempre più esiliati da quella terra di cui rivendicano il diritto inalienabile di poter conoscere, vivere ed amare.
Commento di Alberto Piccinni — Luglio 3, 2008 @ 3:19 pm