Lu stozzu de carta

Novembre 6, 2009

4 Novembre

Il 17 settembre di quest’anno, mentre ero a lavoro ad incollare piastrelle, la radio comunicava che sei ragazzi erano morti in un attentato kamikaze a Kabul. Mi fermai un istante a riflettere con una grande voglia di scrivere una lettera al mondo, perché avevo bisogno di bloccare quell’istante  di ragione che mi era venuto a pensarci.

Il 17 settembre a sera, quando io avrei finito la mia giornata, probabilmente avrei scritto qualcosa. Pensavo a quanti volti e nomi di giovani spariscono nel buio della normalità, a quanti esseri viventi simili a me, capaci di incollare piastrelle e di fare tante altre cose, capaci di pensare, di progettare quello che fanno, in grado di muoversi al solo pensiero, di autorigenerarsi il proprio corpo giorno dopo giorno, che abitano come per magia su un pianeta che vaga da sempre nell’immenso universo, praticamente a questi miracoli dell’esistente unici ed irripetibili che si uccidono tra di loro.

Militari, kamikaze, civili, bambini, cosa c’è realmente dietro tutto questo? Di politica non è che me ne intendo un gran che, ma vivo anch’io su questo pianeta e ragiono con ciò che vedo. Quale inganno aveva portato quel giorno quegli esseri umani li a morire ammazzati?

Vivo in un piccolo paese del sud Italia, tra i miei coetanei tanti si sono arruolati nelle forze dell’ordine; per scelta? No! Giustamente perché non c’è lavoro, nessuno è fesso ad andare a farsi ammazzare da qualche criminale o dal nemico! Qualcuno parte in missione in qualche inferno terrestre dove io non ci passerei neanche a 2000 chilometri di distanza, mi dicono che fanno a gara, forse serve anche la raccomandazione per andarci perché là si guadagna bene ed una volta tornati uno si compra la macchina nuova, la moto, la casa ecc… la cosa assurda che proprio mi lima le cervella è: che razza di compromesso è in grado di accettare l’essere umano! Andare a rischiare la pelle in un posto dove  sai che volano bossoli schegge di bomba e tant’altro!

Di chi è la colpa in queste sventure?

Forse ad una certa età uno vuole trovare il modo per stare meglio perché avverte (specie di questi tempi) un forte disagio esistenziale, e pensa che comprandosi dei buoni capi d’abbigliamento, una macchina spaziale e superlucida, magari una moto di grossa cilindrata con la quale correre a trecento e se non sbatti in faccia a qualche parete poi torni al branco e dirai che vali, o l’ultimo telefonino con il quale ti puoi mettere in contatto coi marziani se mai qualcuno passasse per questi venti, praticamente che avendo tutto questo sei apposto, al sicuro, non stai sbagliando niente! È per questi pensieri (che ormai la costante pubblicità  intromessa in ogni millesimo della nostra genetica è riuscita a conquistarci) che secondo me uno si convince di rischiare tutto per tutto.

Poi c’è lo Stato con le sue propagande in TV, con questi marpioni holliwoodiani che in un sorriso 100 denti ti fanno capire: -fai come noi qui hai futuro!- poi ci vai e sei tu, proprio tu a morire! perchè? Era così importante l’alfa 156? Dove cazzo devi andare di così importante con  quel missile? O la moto, era così importante essere vestito ogni giorno in modo diverso con capi che ti costano la pelle? Valeva davvero con questo modo attrarre qualche gallina che ti avrebbe dato tutto l’amore del mondo in cambio del tuo volante e la tua carta di credito, ed il letto stile harem nella tua casa 300mtq con cinquant’anni di mutuo, dove i tuoi bambini potranno dormire ogni giorno in una stanza diversa, per non farli guardare sempre lo stesso soffitto?

Tutta colpa del consumismo, maledetta bestia! Penso che alla base ci sia questo, se no perché uno rinuncia ad un futuro da umile falegname per andare in guerra? o per diventare spacciatore di roba che s’inietteranno i tuoi coetanei ai quali vuole tanto bene? O essere un tiranno visto che a soli venticinque anni è riuscito a liberarsi dei padroni e delle loro violenze alla dignità, che ora vuole scaricare ai suoi dieci operai? Ma poi la prostituzione, la mmunnezza, ormai non c’è niente di sano, dove ci giriamo a guardare c’è del marcio!

La violenza, la follia , il modo sbagliato di agire dell’essere umano, penso che nasca da questo inghippo di massa. Prima di tutto dall’idea che uno ha di sé stesso. Se ti ritieni di essere un miracolo della natura, che vieni fuori da innumerevoli prove ed impasti che il tempo ha fatto sulla materia (che gia è un miracolo di per sé), che la stessa natura ti ha dato con amore di perfezione una ed esclusiva possibilità di esserci, come fai a comandare una discarica abusiva che ti frutta miliardi con i quali produrre tantissimi altri rifiuti? Se ritieni che in quanto tu sia qualcosa di grande, lo siano anche gli altri tuoi simili, come fai a dormire tranquillo la sera che hai saputo che sei ragazzi più molti altri civili hanno perso la vita perché tu con il tuo potere hai mandato all’inferno per la buona riuscita dei tuoi piani che ti porteranno grossi introiti, con la scusa di portare democrazia in un paese “arretrato”? Sicuro che il nostro ne sia il modello perfetto?  anche in Cina manca la democrazia! Quando  soffriamo d’insoddisfazione, sicuro che acquistare una grossa moto ci possa ritirare su il morale?  Non è che forse anche una vecchia bici mi può portare in qualche posto magari  poco lontano da casa , che mai avrei pensato potessi scoprire, dove sdraiandomi sull’erba verde mi stupirò di ciò che mi è garantito di avere fin che avrò vita, anche se sono nudo, spoglio di tutto?

Forse scoprirò il vero amore confidando il mio malessere alla terra, la quale sicuramente è la prima madre e mi ascolterà,  forse scoprirò che il mio cuore batte all’unisono con tutto l’universo, con lo scrosciare delle onde o con le carezze del vento.  Forse allora io capirò la mia giusta misura ed i miei problemi saranno più soffici, io avrò un ruolo più responsabile nel mio agire e magari saprò distinguere meglio il bene dal male, l’utile dal futile…

Siamo molto distanti da noi stessi! Poveri noi! Violenza su violenza! Siamo vittime della follia dei forti, ci sono riusciti a farci credere che siamo nullità nella moltitudine. Loro non si fanno scrupoli, sono entrati in tutte le nostre case dalle televisioni, hanno invaso il nostro tempo dalla radio, e le nostre strade con i manifesti, più che telefonino, macchina nuova, moto ecc.. il messaggio che è passato è: -Compra! Compra! Hai bisogno di comprare! Non vedi che sei una merda con quella carretta vecchia? Non hai un lavoro sicuro, non puoi rateizzare niente! Dove credi di andare con quelle scarpe vecchie, apparirai uno spacciato, non ti amerà nessuno, sei destinato a soffrire a bestia! Andando avanti così sarai sempre un retrogrado e devi per forza inseguire gli altri se vuoi la felicità !- E tu forse allora farai di tutto per rifarti una posizione nella società, accetterai il compromesso, sarai un militare, -se mi daranno l’ordine ammazzerò perché il mondo è selvaggio, anch’io rischio di non tornare a casa! questa è la vita!-

Sarai uno spacciatore, imbroglierai nel tuo lavoro, il tuo tempo sacro passerà nella dannazione, ed alla fine forse avrai avuto un posto a sedere anche tu in questo bello spettacolo di società, ma tu che posto occuperai in te stesso? Cosa avrai capito al tramonto? Quale verità avrai raggiunto? Forse non sarà proprio comodo accorgersi che non ti sei mai conosciuto…

Questo è quello che vedo io.  Sbaglio?

Penso che ognuno dovrebbe impugnare il coraggio di essere autonomo nelle scelte, di esplorare il piccolo invece di mirare al grande, di vedere da solo se ci può essere felicità anche nelle vecchie scarpe. Non è di questo passo che troveremo il benessere. Non con la follia, non con la violenza si ottiene l’amore. Ma è l’amore che è una fiamma che si alimenta da sola, il tuo insieme al mio, insieme al suo. C’è qualcosa di meglio che potremo trovare al supermercato?

Non è omogeneizzando la società che saremo tutti in grado di rispettare le regole, ma una vera società sana è una sociètà che dà spazio a tutti, ognuno col suo trip mentale, con la sua originalità, anche al più strano ed insolito individuo, perché la società ha bisogno anche di lui  per progredire!

Dobbiamo smettere d’inseguire i modelli proposti dalla pazzia ed accettare quello che riusciamo ad avere godendo del tempo che passando ci mostra meraviglie!

Il 17 settembre a sera avrei scritto qualcosa del genere ma mi paralizzò nel primo pomeriggio la telefonata di mio fratello che mi informava che a morire era stato il mio amico d’adolescenza che abitava a cinquanta metri da casa mia. L’avevo incontrato 4 mesi prima, mi disse che era uscito dall’esercito che non era vita e che aveva intenzione forse di aprirsi un’azienda agricola, aveva provato anche a fare il camionista, ma forse è stata sfortuna, forse non riusciva a collegarsi in qualcos’altro, e pensò di riarruolarsi.

-Questo non è più un gioco!- Pensai -ciò che ho sempre visto in TV oggi è dietro l’angolo di casa mia! guerra! siamo in guerra ogni giorno! Contro tutto e tutti! Nonostante gli innumerevoli vantaggi, l’uomo non è ancora riuscito a progredire, a crearsi un habitat  più comodo e pacifico, ormai bisogna lottare anche per i bisogni più naturali, che per natura dovremmo avere gratuitamente.

Per questo il mio pensiero oggi va ai caduti nella guerra di questo mondo nel tentativo di portare vero progresso, a chi si è scoraggiato ed ha mollato, a chi, vittima innocente della demagogia, è caduto in qualche imboscata, a chi rimasto in trincea per difendere pacificamente ciò che aveva è stato massacrato terribilmente, a chi non immaginava neanche di essere in guerra ed è stato bombardato, ai volti afgani doloranti così simili a quelli dei familiari del mio amico, a Stefano Cucchi, alla purezza dell’universo che non vuole più sentire grida di disperazione…

Vogliamoci bene!

Stefano Aretano

Ottobre 2, 2009

Tutti sul Cornicione

Tricase, operai occupano il Municipio

AdelchiIlFatto

da il Fatto Quotidiano, 2009.09.30

da BrunoVespaShow, 2009.10.01

Angelo BiondiCrini

Agosto 28, 2009

Quando emigranti eravamo noi…

QuandoEmigrantiEravamoNoiJPEG

articolo di Giulia Vola da Repubblica.it

clicca il link qui sotto per vedere la galleria fotografica:

http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/cronaca/migranti/1.html

Maggio 17, 2009

La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione

Siamo tutti un popolo di migranti

Immigrati italiani in Usa

“Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere

“Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali”. La relazione così prosegue: “Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione“.

Il testo è tratto da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912

Milano, Alabama

by PINO CORRIAS su http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/
Foto di rbanks da flickr.comProbabile che Matteo Salvini, il leghista che chiede posti prioritari per i milanesi sul metrò, sappia nulla di Rosa Parks e della sua storia lucente. Rosa Parks era una donna nera di Montgomery, Alabama. Quando l’1 dicembre 1955 decise di sedersi in uno dei posti dell’autobus riservato ai bianchi, aveva 42 anni. Lavorava come sarta in un grande magazzino. Stava tornando a casa e aveva avuto una giornata dura. Rimase seduta per una manciata di fermate. Poi salirono dei bianchi. Il conducente le ordinò di alzarsi. E lei, che lo aveva fatto mille altre volte, rispettando la legge dell’Alabama che riservava ai negroes gli ultimi posti in fondo all’autobus, decise di disobbedire: “Non mi alzo”. Il conducente fermò l’autobus, chiamò due poliziotti che arrestarono Rosa Parks.

Per protesta la comunità afroamericana, guidata dal giovane reverendo Martin Luther King, decise che nessun nero sarebbe più salito sugli autobus di Montgomery, fino a quando non fosse stata cancellata la segregazione razziale. Il boicottaggio durò 381 giorni. Durante i quali tutti i neri andavano a piedi, oppure in automobili strapiene, oppure in bicicletta, e gli autobus vuoti rimanevano nelle rimesse. Il 19 dicembre 1956 la Corte Suprema degli Usa – su richiesta dei difensori di Rosa Parks, condannata a 10 dollari di multa – dichiarò incostituzionali le leggi della segregazione. Il giorno dopo Martin Luther King e il reverendo bianco Glen Smith salirono sull’autobus e si sedettero uno di fianco all’altro. Oggi quell’autobus è in un museo, Rosa Parks sta nel cielo dei giusti, Obama abita alla Casa Bianca, e Matteo Salvini fa il capogruppo della Lega a Milano.


Angelo BiondiCrini

Ottobre 2, 2009

“Tomorrow, tomorrow” – Culture ad alto e basso contesto

Archiviato in: Aperte Lettere, Arte e soprattutto non, MEDITERRANEO, Perspectives, Uncategorized — karnarakna @ 2:49 pm

Un messaggio o una comunicazione si dice ad alto contesto (High Context) quando la maggior parte dell’informazione risiede nel contesto fisico o è implicita nella persona, mentre assai poco risiede nella parte esplicita, codificata e trasmessa del messaggio.[1] Al contrario chiamiamo comunicazione a basso contesto (Low Context) la trasmissione della maggior parte dell’informazione attraverso il codice esplicito della lingua.

In generale le transazioni di alto contesto coinvolgono più i sentimenti e l’intimità, mentre quelle a basso contesto sono meno personali e più formali, orientate sull’emisfero sinistro del cervello. Per fare qualche esempio definiamo ad alto contesto la comunicazione familiare o tra amici mentre possiamo definire a basso contesto il confronto formale tra due legali, due politici o due amministratori che scrivono un regolamento. Se teniamo conto di questa suddivisione, possiamo riconoscere che i nordeuropei operino ad un livello di contestualità più basso rispetto a quanto fanno i giapponesi o i Tewa del New Mexico.[2] Possiamo anche individuare le mutazioni che avvengono nel  corso della comunicazione stessa e riconoscere che un passaggio da alto a basso contesto possa significare un raffreddamento di una relazione o che il passaggio inverso segnali maggior calore e confidenza nella comunicazione: pensiamo per esempio all’utilizzo della 2ª persona singolare “tu” al posto della 3ª persona “lei”.

Particolarmente significativa risulta la differenza nella logica del discorso e nello stile argomentativo che nelle culture a basso contesto è lineare e diretto, mentre in quelle ad alto contesto è circolare e ambiguo: girare intorno al punto è un modo per metterlo in evidenza con rispetto (per esempio i buddisti o i taoisti ritengono che le cose più importanti non possano essere dette e che il linguaggio verbale serve a comunicare aspetti secondari dell’esistenza).[3]

Ho verificato una volta in un gruppo di studenti americani e di altre nazionalità un esempio di stile diverso. Chiesi  quali erano le forme tradizionali di  corteggiamento e gli americani risposero tutti con delle frasi abbastanza concise che avevano delle connessioni esplicite con la domanda. Quando però intervenne uno studente nigeriano, cominciò a descrivere il sentiero che attraversava il suo villaggio, l’albero alla fine del sentiero, il cantastorie che raccontava seduto sotto quell’albero e l’inizio di un racconto che una volta il cantastorie narrò. Quando, in risposta all’ovvio disagio degli americani nel gruppo, chiesi al nigeriano che cosa stesse facendo egli disse, “Sto rispondendo alla domanda”. Gli studenti americani protestarono e così  chiesi, “In che modo stai rispondendo alla domanda?” ed egli replicò, “Le sto dicendo tutto quello che ha bisogno di sapere per capire il punto”. “Bene”, disse uno degli americani, “Allora, se saremo pazienti, alla fine ci dirai quale è il punto”. “Oh no”, rispose il nigeriano. “Una volta che vi dico tutto quello che avete bisogno di sapere per capire il punto, saprete esattamente qual è il punto!”.[4]

Lo stile descritto da questo studente è uno stile di discussione circolare, o contestuale. Viene preferito non solo da molti africani, ma anche solitamente da gente di cultura latina, araba e asiatica.

Gli europei-americani, soprattutto maschi, tendono a usare uno stile lineare seguendo una scaletta di punti a,b,c…, stabilendo una connessione e una conclusione esplicita. Quando qualcuno devia da questa scaletta, è possibile che l’interlocutore dica: “Non riesco a seguirti” oppure “Possiamo arrivare al punto?” o “Qual è la questione di fondo?”. Questa modalità di argomentare la discussione è culturalmente specifica e, in relazione a un approccio contestuale, può risultare semplice e grossolana per la mancanza di dettagli necessaria a identificare il contesto, e arrogante perché chi parla decide cosa bisogna ascoltare e quali le conclusioni da trarre. Viceversa in una cultura a basso contesto, non venire mai al punto può risultare vago, evasivo, illogico o irritante.

Gli interculturalisti talvolta approcciano questo genere di valutazione negativa reciproca con il concetto di punti di forza e di punti di debolezza. In questo caso la forza di uno stile lineare può risiedere nel completamento efficiente di un compito a breve termine, mentre il suo limite sta nello sviluppare una relazione inclusiva. Per contro, la forza di uno stile contestuale sta nel facilitare la costituzione di gruppi e la creatività consensuale mentre il suo limite è la lentezza. Lo scopo dello studio e dell’esercizio in questo campo, oltre allo sviluppo della consapevolezza e del rispetto per stili alternativi, può essere quello di sviluppare una competenza bistilistica.[5]

Come vediamo nello schema, le differenze lungo la variabile della contestualità racchiudono trasversalmente anche altre dimensioni già affrontate: individualismo/collettivismo, cronemica, espressività. Questo ci induce a pensare che la contestualità sia una delle variabili più importanti nello studio dei problemi di fraintendimento interculturale o di analisi cross-culturale.

CONTESTUALITÀ

Basso Contesto

Alto Contesto

Esplicitazione dei significati attraverso le forme comunicative

Tendenza a costruire messaggi strutturati, a fornire dettagli, a usare termini tecnici

Tendenza a usare argomentazioni logiche                         ..

Enfasi su una logica di tipo lineare, che mira direttamente al nocciolo del problema

Valorizzazione del comportamento verbale-informativo; scarsa capacità di leggere il comportamento non verbale

Valorizzazione dell’individualismo

Tendenza a relazioni transitorie e strumentali

Significati impliciti, ricavabili dal contesto socioculturale

Tendenza a produrre messaggi semplici, densi e ambigui

Tendenza a usare sentimenti ed emozioni per comunicare

Enfasi su una logica “a spirale”, che gira intorno al punto

Valorizzazione della comunicazione non verbale e maggiore sensibilità a gestualità a mimica facciale .

Valorizzazione del senso del gruppo

Disponibilità a dedicare tempo per costruire e mantenere relazioni sociali durature

Fonte: Adattato da C. Giaccardi, La comunicazione interculturale, cit., p.127.


[1] E.T. Hall, Beyond Culture, Garden City, New York 1976.

[2] E.T. Hall, Il problema delle differenze nascoste, cit.

[3] “Chu Lao Tao Chu Men Tao” (Il Tao che può essere nominato non è il vero Tao), Tao Te Ching, Lao Tzu.

[4] M.J. Bennet, Comunicazione interculturale: una prospettiva corrente, in Principi di comunicazione interculturale, cit., p. 44.

[5] Ivi., p. 45.

Ibn Kalb -2008

Settembre 27, 2009

Pubblicità

Archiviato in: Aperte Lettere, Arte e soprattutto non, Eventi in Capo, World Wide Web — karnarakna @ 7:09 pm

da il Fatto Quotidiano,  Domenica 27.09.009

Signori e signore ..Pubblicità! Allegria!

Angelo BiondiCrini

Settembre 14, 2009

Case di paglia: recuperare modulare evolvere

La monnezza è ovunque.

La produciamo noi.

Possiamo delegare che la si recicli

e in parte lo facciamo già, con la raccolta differenziata.

Ma il passo ulteriore

è riutilizzare

cioè ridurre alla radice la creazione di ciò che consideriamo monnezza

a partire dall’estro e dall’ingegno condiviso d’ognuno di noi.

Si può pure cominciare dalle case

costruendole addirittura con paglia, sughero e carta di giornale!!!

Non ci credete?

Guardiamoci un attimo questi REPORT della Gabanelli

e facciamo in modo anche che non ci chiudano

questa preziosissima fonte d’informazione:


per approfondire sull’argomento:

http://www.ecoblog.it/post/7590/case-di-paglia

http://blogeko.libero.it/2006/costruire_case_di_paglia_barbara_jones/


Un paio di piccoli straordinari siti

per il riutilizzo quotidiano di oggetti domestici:

http://ri-creazione.libero.it/

http://communicagroup.libero.it/multimedia/main.php?g2_itemId=19837


…c’è pure gente nel mondo che s’è costruita una barchetta con le bottiglie di plastica…

http://mmedia.kataweb.it/foto/7163469/sulla-manica-con-la-barca-di-bottiglie-di-plastica


…a Tokyo si sono inventati un parco giochi fatto di pneumatici, invece di buttarli…

http://www.repubblica.it/2006/12/gallerie/ambiente/parco-pneumatici/1.html


…in Russia coi motori dei vecchi trattori si costruiscono le loro fuoriserie…

http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/esteri/russia-auto/russia-auto/russia-auto.html


…in Germania invece coi motori delle automobili vogliono addirittura creare la rete dell’energia del popolo!!!

http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/economia/elettricita-vw/elettricita-vw/elettricita-vw.html


…si può persino creare colla vinilica dalla vecchia collezione di vinili di papà…

http://www.youtube.com/watch?v=2K-eoupmlLg


…infine, annoiate casalinghe nel laziale suggeriscono utilizzi alternativi dei cucchiai di matrice crucca!

http://www.youtube.com/watch?v=RZ9NlSGhYJg


…se poi non avete nient’altro che un bidone, potete sempre sedervi sul vostro trono…


LA COLLA DI FARINA (non si inala nè tantomeno sballa, serve a incollare!!!)

per idee varie… per incollare la carta è facile: Colla di farina (W il copia e incolla) Occorrente per 1 tazza e mezza di colla: •1 tazza di farina, 3 tazze d’acqua, frusta, terrina, pentola, cucchiaio di legno. •In una terrina, unisci una tazza d’acqua e una tazza di farina, usando la frusta. Aggiungi altre due tazze di acqua. Elimina i grumi. •Trasferisci la pastella in una pentola, e porta a ebollizione mescolando continuamente. Lascia raffreddare. In pochi minuti si ottiene una pasta translucida e omogenea. •Se coperta ermeticamente con pellicola trasparente, la colla si conserverà in frigorifero per parecchi giorni. Se si deve conservare a lungo, va chiusa in un barattolo con l’aggiunta di un po’ di lisoformio, affinché non ammuffisca. per la plastica… mmm mo’ ci penso….


Recicladores di tutto il mondo uniamoci!!!

andiamo

e rimoduliamo ’sto pianeta!!!

www.recicladores.net

Settembre 9, 2009

Popoli Indigeni: Convenzione ILO 169

Archiviato in: Amazonas Unida! — Tag:, , , , , , — karnarakna @ 3:15 pm

La Convenzione ILO 169 sui diritti dei popoli indigeni e tribali è stata adottata nel 1989 dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), un’agenzia delle Nazioni Unite. La Convenzione riconosce ai popoli indigeni un insieme di diritti fondamentali, essenziali alla loro sopravvivenza, tra cui i diritti sulle terre ancestrali e il diritto di decidere autonomamente del proprio futuro.

Attualmente, la Convenzione costituisce l’unico strumento legislativo internazionale di protezione dei diritti dei popoli indigeni. Ratificandola, gli stati si impegnano a garantire in modo efficace l’integrità fisica e spirituale dei popoli indigeni e a lottare contro ogni forma di discriminazione nei loro confronti.

È cruciale che la Convenzione venga firmata dal maggior numero di nazioni del mondo, incluse quelle europee. Anche se non hanno popoli tribali all’interno dei propri confini, infatti, le azioni dei governi di paesi come l’Italia hanno comunque un impatto diretto sui popoli indigeni, non solo in quanto membri di istituzioni internazionali che interagiscono con essi, come la Banca Mondiale, ma anche attraverso i progetti di cooperazione allo sviluppo e la partecipazione ai finanziamenti e alle iniziative sostenute dall’Unione Europea. Nelle terre tribali, inoltre, si trovano sovente ad operare aziende europee e italiane, private, statali o co-finanziate dallo stato.

In Italia esistono già da tempo alcuni progetti di legge assegnati alle Commissioni Esteri di Camera e Senato che, però, non sono mai stati discussi. Data l’estrema gravità delle violazioni dei diritti umani che molti popoli indigeni stanno ancora oggi vivendo in tanti paesi del mondo, l’Italia dovrebbe ratificare la Convenzione al più presto. La sua adozione, infatti, non costituirebbe solo un doveroso atto di solidarietà verso chi continua a vedere conculcati i propri diritti fondamentali; al contrario, porterebbe loro un aiuto concreto e immediato.

PASSA ALL’AZIONE!

FIRMA LA PETIZIONE PER CHIEDERE AL GOVERNO ITALIANO DI RATIFICARE LA CONVENZIONE ILO 169

clicca qui:

http://www.survival.it/intervieni/petizione/169

da  WWW.SURVIVAL.IT

Agosto 30, 2009

Karma, carma…che mò st’arrivà ‘a satira…!!!

Archiviato in: Satirìaca — karnarakna @ 11:12 pm

Karma_tranSpagna Karma_risate-grosse

Karma_divieto-immigrati Karma_ronda

Karma_castrazione

dal karo amiko Karma ke pubblika su kuesto blok:

http://scomunikattivo.blogspot.com/

Mexapykus


Agosto 9, 2009

Madame P e non sola al DueLune TeatroTenda

Archiviato in: Eventi in Capo — Tag:, , , , , , , , , — karnarakna @ 12:30 am

VAZCA + HYSM? + DueLuneTeatroTenda

DOMENICA 16 AGOSTO 2009

presso il TeatroTenda DueLune a Santa Eufemia, Tricase

presentano

MADAME P

+

SOLQUEST

+

SANTIAH Djset


Loops, voci tenebrose, ritmi industrial, giocattoli, microfoni a contatto e tante altre diavolerie costituiscono la performance della bolognese Patrizia Oliva (Madame P). Una figura navigata della scena indipendente italiana con più di 25 dischi alle spalle e numerosissimi progetti e collaborazioni (Allun, Camusi, Bjerga…) per non parlare dei live in Europa.
http://www.aferecords.com/madamep/
http://www.myspace.com/madamepi

Solquest è lo pseudonimo di Stefano Spataro, bassista e non solo in diversi progetti quali Ritratto di un mattino, Anonima Folk, ma anche attualmente Ada-nuki (Whosbrain rec.) e cofondatore del progetto HysM?. Un viaggio tra sonorità frastagliate, molto intimiste, atmosfere elettroniche non del tutto ortodosse, ciò dovuto al particolare utilizzo del basso elettrico filtrato con diversi effetti.
http://www.myspace.com/solquestprojects

A seguire Drum’n’BasSelection a cura di SANTIAH (Lecce)


madame p loc1


 


TeatroTenda DueLune:

http://teatrotendaduelune.blogspot.com/

Vazca:

http://www.lastfm.it/group/VASKA

Luglio 24, 2009

Messaggio al mondo dagli indigeni dell’Amazzonia

Con questa lettera vorrei dar voce ad alcune idee concepite nella foresta amazzonica durante le lunghe conversazioni notturne con gli indigeni, nel cosiddetto “mambe”, rituale in cui si invoca la presenza dello spirito creatore per poter ispirare parole di vita. Credo sia bene parlarne di queste cose, e credo soprattutto sia importante che il mondo accademico, il mondo ambientalista e quello religioso, conoscano alcune realtà specifiche che hanno un grande potenziale per cambiare l’attuale sistema di cose, per poterci muovere finalmente verso la vita.

Tra i miei vari spostamenti nell’Amazzonia ho vissuto per un tempo in un luogo davvero speciale chiamato La Chorrera, che si trova sul rio Igaraparanà, affluente del fiume Putumayo, frontiera naturale tra Perù e Colombia. Questo e`considerato un luogo sacro per le 5 etnie indigene che lo abitano: Uitoto, Muinane, Okaina, Bora ed Endoke. Nel loro territorio ancestrale, fino agli inizi del Novecento è avvenuto lo sfruttamento del caucho per il quale si parla di un vero e proprio genocidio di circa 40.000 indigeni, perpetrato quindi in un passato molto recente. Attualmente si calcola che la popolazione autoctona di quest’area sia di circa 3.000 persone, in maggioranza Uitoto. L’etnia Muinane è a rischio estinzione, conta solo 26 componenti di cui un solo anziano conoscitore della tradizione e della sapienza di un intero gruppo etnico.  In quella gente è ancora vivido il ricordo dello sfruttamento, forse per questo la piaga del narcotraffico non trovò terreno fertile quando pochi anni fa tentò di insediarsi in quei territori. I narcotrafficanti si trovarono di fronte ad un popolo unito che affermava la propria integrità morale e il proprio cammino per la vita, aborrendo ogni forma di schiavitù, di dipendenza economica e di sfruttamento.
I nativi stessi affermano: “Il nostro rapporto con la Madre Terra e con il Padre Creatore ci rende liberi, noi possiamo dipendere solo da loro”.
Riflettendo sulla loro forma di vita credo che in questi luoghi ci siano i semi di speranza per poter intraprendere un cammino diverso, un cammino che insegni agli uomini come riconquistare la propria libertà, dignità, integrità tra corpo e spirito.
Queste etnie hanno deciso di intraprendere un coraggioso processo di recupero culturale e di difesa del territorio.  Hanno capito che la loro identità, è l’unica speranza per la sopravvivenza e per la protezione della terra. Senza la loro presenza e – come essi stessi affermano – senza la loro protezione spirituale, quei territori diventerebbero in poco tempo preda di multinazionali. Infatti gli interessi economici nell’area sono comprovati dalla presenza di una base militare, dalla recente costruzione di una pista aerea, e da ripetute esplosioni che possono far pensare a delle perforazioni del sottosuolo per sondare il terreno.

Nei “Planes de Vida”, dove queste popolazioni affermano le basi della loro identità culturale e i progetti per poter sopravvivere in questo mondo, emergono quesiti fondamentali:
“Come possiamo noi indigeni affrontare la globalizzazione? Come possiamo rapportarci con un sistema che si basa sui capitali, sull’economia e sul profitto, tutte logiche che ci distruggerebbero in quanto siamo un popolo che vive di ciò che offre la natura e non la consideriamo una fonte di profitto monetario? Ci propongono la micro impresa, il microcredito, ma questo non rientra nella nostra forma di vita. Questo significherebbe entrare nelle logiche dello sfruttamento dei beni naturali.  Come si possono limitare i danni della grande industria che riduce le foreste? Come possiamo aprirci al mondo, alla tecnologia e ad internet, che attrae cosi tanto i nostri giovani, come possiamo in pratica ricevere il bene dell’Occidente, ma bloccarne il male? La società occidentale è divisa in se stessa, atomizzata, è formata da individui che lottano tra di loro per l’approvvigionamento delle risorse. Nelle società occidentali non c’è equilibrio e senso collettivo, le persone perdono l’integrità, cioè l’unione tra corpo e spirito universale che è per noi l’essenza della vita. In queste condizioni l’uomo delle grandi città contemporanee rischia di essere un parassita che consuma e lavora solo per poter usufruire di beni. Questo sta succedendo all’uomo nei cosiddetti paesi sviluppati, la coscienza è limitata perchè manca questa unione alla terra, si agisce negli interessi personali o regionali, non globali. Tutto questo porta agli sfruttamenti, alla violazione dei diritti umani, al disequilibrio, alla divisione.”

PROPOSTE:
Gli indigeni stessi chiedono aiuto e propongono di contrastare questo modello di sviluppo basato sul consumo, sulla competizione e su una crescita insostenibile. Loro chiedono di unire il mondo accademico e quello ambientalista, in una rete globale, per generare una nuova coscienza collettiva. Questa sarebbe per gli indigeni la soluzione per far uscire l’Amazzonia e la sua gente da quello stato di vulnerabilità in cui riversa.
In sostanza in questi luoghi si è pensato di creare una cittadella completamente sostenibile e un centro di monitoraggio contro i crimini ambientali dislocato in più sedi in alcune zone dell’Amazzonia. Questi centri dovranno essere uniti in una rete con il mondo accademico e ambientalista. Si e`pensato ad uno spazio comune nella foresta dedicato alle università mondiali per consentire studi ambientali, studi sulla biodiversità, biologia, botanica, medicina tradizionale, un luogo dove studiare nuovi modelli sociali e di sviluppo in armonia con la natura.
Per la cittadella sostenibile mi è stato presentato un progetto organico molto ben strutturato. Si è parlato di come poter sfruttare l’energia idroelettrica e solare, di come far funzionare un sistema di trasporti completamente ecologico, di come promuovere l’agricoltura tradizionale.  Si pensa di voler importare le tecnologie più avanzate alimentate solo da energia pulita, senza petrolio e senza biocombustibili.
Il sogno è ambizioso, per questo ha bisogno dell’unione di più forze. Questo non è più il tempo di agire singolarmente, con singole ONG o con singole entità, ma c’è bisogno di far conoscere questi progetti di speranza per creare una rete che garantisca un futuro sostenibile per tutta l’umanità.

Questo è il tempo in cui bisogna mettere da parte le proprie ideologie se queste sono fonte di divisione, per incontrarci con le nostre particolarità, diversità e i nostri limiti, per poter vivere gli uni per gli altri in questa fantasia di colori, di saperi e di saggezze. Non dobbiamo uniformarci, dobbiamo pensare di promuovere idee di speranza, esempi di vita differenti che creino un altro tipo di coscienza, che generino uomini integri, non divisi in se stessi. Uomini spirituali, uniti spiritualmente con gli altri essere viventi. Questa unione porterebbe inevitabilmente ad un comportamento più consapevole e creerebbe un agire per la vita. Creerebbe comprensione, unità, compassione, solidarietà vera, non del superfluo.

Federico Mortara

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